IL COMITE' COLBERT
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| photo by Studio Crevette on Unpslash |
Tra le “associazioni” di brand famosi non si può non parlare del Comitè Colbert®: l’ho incontrato informandomi su alcuni marchi storici francesi della moda che di questo comitato fanno parte.
Il comitato si autodefinisce “the voice of french luxury”.
Prende il nome da J.B. Colbert, mitico ministro delle finanze di Luigi XIV°, responsabile anche delle arti e della manifattura, uno dei principali promotori del talento francese.
Il Comité Colbert® è nato nel 1954 per iniziativa di J. Jacques Guerlain, creatore della celebre azienda di cosmetici. Riunisce
attualmente i principali brand del lusso e istituzioni culturali, con
l’obiettivo di promuovere il concetto di lusso, di preservare il lusso e con esso gli
artigiani che ne sono il tesoro vivente. Parliamo di un settore prezioso non
solo per l’economia del Paese d’oltralpe ma anche per il suo patrimonio
culturale.
Il comitato ha un presidente, un comitato esecutivo e
un’assemblea. Dal luglio 2022 il presidente dell’associazione è Monsieur
Boillot, ceo di Hennessy®. I precedenti presidenti venivano da maison quali
Hermes ®, Bernardaud ®, Chanel, ® Krug ®…
L’associazione fu da principio dedicata alla moda, alla gastronomia, alla profumeria e alla cosmetica.
Inizialmente facevano parte di questa associazione così
esclusiva ed elitaria solo marci francesi del lusso quali Boucheron ®, Baccarat
®, Cartier ®, Christofle ®, Chanel ®, Dior ®, Guerlain ®, Hermes ®, Louis
Vuitton®, Hotel Ritz ®…negli anni seguenti le porte dell’associazione si sono
aperte anche a marchi del lusso di altri Paesi, dando vita a una maxi-alleanza
in difesa del lusso europeo, composta da 113 maison, operanti nei
settori dell’editoria, della gastronomia, dell’alta moda, dell’oreficeria,
della cosmetica, della profumeria, della gioielleria e non solo.
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| photo by Lara Chouette on Unsplash |
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| ph: Michael Fousert on Unsplash |
Ci sono poi altri membri
associati che sono associazioni culturali o musei come ad esempio il Musee du
Louvre, il Musee d’Orsay, il Centre Pompidou, il Chateau de Versailles e altri.
In effetti, il riconoscimento del lusso (e in esso della
moda con tutta la sua filiera a monte) quale patrimonio economico e culturale, in Italia è avvenuto più di recente con associazioni quali Altagamma®, o meglio il riconoscimento sta
ancora avvenendo. Ci si chiede se non sia troppo tardi…
Il savoire-faire e il lusso francese sono nati o si sono
sviluppati in settori quali: cristalleria, porcellana, alta moda,
cosmetica, profumeria, gioielleria, orologeria, gastronomia, argenteria, interior
design, pelletteria, luxury hotels, editoria, musica, wine & spirits, musei e cultura: effettivamente in ognuno di questi settori
troviamo qualcosa di francese, nato o sviluppatosi lì. E lì questo patrimonio è stato
riconosciuto e protetto, da tempo.
La ragion d’essere del Comitè Colbert è: “promuovere con passione, trasmettere con pazienza e sviluppare in modo sostenibile il savoire-faire e la creazione francese, per iniettare un nuovo senso di meraviglia”. Questo principio guida le attività quotidiane del comitato: il futuro del lusso è legato infatti alla capacità di trasferire i suoi fondamenti alle nuove generazioni.
Il comitato adotta tutta una serie di iniziative per il
raggiungimento dei suoi fini: accrescendo l’interesse delle giovani generazioni
verso i mestieri dell’artigianato collegato al lusso francese attraverso stage
e ateliers, valorizzando i mestieri dell’artigianato, mettendo in luce quegli
artigiani che si sono particolarmente distinti con la loro nel corso degli anni.
Grande sostenitore della proprietà intellettuale, il Comitè è impegnato da anni
nella lotta alla contraffazione, in Francia e in Europa, anche organizzando campagne di sensibilizzazione del grande pubblico.
Ha al proprio interno 8 commissioni che vanno dall’etica, alla finanza, all’internazionalizzazione, alla protezione dell’artigianato, al pensiero innovativo, commissioni che hanno la mission di sviluppare la strategia del comitato stesso. Una di queste commissioni è dedicata alle sfide poste dallo sviluppo sostenibile.
Al proposito, secondo una survey condotta dal Comitè Colbert nel 2022, è emersa la necessità di un cambio di paradigma per i marchi del lusso, a fronte di nuove sensibilità e richieste da parte dei consumatori.
Ecco il nuovo paradigma emerso: la sostenibilità come motore per il cambiamento e per la crescita, la responsabilità delle maison per tutto il ciclo di vita dei loro prodotti e per la transizione ambientale e sociale, la durabilità dei prodotti, la riduzione della sovrapproduzione attraverso il resale come canale che non teme la cannibalizzazione del “nuovo”, l’esclusività non solo nella creazione e nella comunicazione ma anche nell’approvvigionamento, nella produzione e nelle politiche ambientali e sociali poste in essere lungo la filiera produttiva, l’innovazione.
Il tutto avviene nella consapevolezza della problematica principale: la mancanza di lavoratori con competenze legate all’artigianalità: in questo senso si muovono il Comitè Colbert, le associazioni anche italiane, i gruppi industriali di “terzisti di lusso” che si sono costituiti e stanno crescendo in Italia: perché il lusso, nella moda, spesso non è prodotto in Francia ma in Italia.
Nella stessa direzione si muovono i consorzi di imprese recentemente nati in Italia e gli ITS, quali poli formativi di personale qualificato, nonché i programmi di formazione posti in essere da alcune aziende, volti ad attrarre e formare giovani all'artigianato.
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| photo by Shaojie on Unsplash |
Bisogna tener presente che il mercato di sbocco del lusso non
è la supply-chain del lusso stesso.
Il mercato di sbocco dei prodotti luxury ha un baricentro
che si sposta sempre più ad oriente.
La supply-chain del lusso ha ancora una significativa presenza orientale nella fase di approvvigionamento delle materie prime e nelle lavorazioni. Ma nella supply-chain del lusso la filiera corta, trasparente, controllata e sostenibile (nel senso ambientale, sociale ed economico del termine) sta assumendo un ruolo sempre più importante.
Altro problema è lo spostamento a monte della
filiera delle problematiche e degli investimenti inerenti alla sostenibilità …
in altri termini: chi paga la sostenibilità tanto sbandierata?
Non è economicamente sostenibile trasferire alle imprese che si trovano a monte nella filiera la maggioranza dei costi e dei necessari investimenti in sostenibilità riferendo che “per lavorare con me bisogna essere così…”. In effetti è proprio negli anelli a monte della filiera, dove c’è la produzione, che si riscontrano le maggiori problematiche e sono necessari i maggiori investimenti: quindi collaborazione, sostegno della filiera e non diktat.
Ma sto divagando, anche perché il velo è stato sollevato proprio in questi giorni.
Anche il marketing si evolve: diventa sempre più il marketing della trasparenza, dell’autenticità, della sincerità, della garanzia, della fiducia nei brand e nelle aziende, dell’impegno, dell’ammissione dei punti deboli e dell’impegno a correggerli: non per niente si cerca di dare una connotazione sempre più “umanizzata” al prodotto, identificandolo con le caratteristiche e il carattere connessi alla persona umana.Si entra nell’ambito del riconoscimento e protezione del patrimonio storico, industriale, produttivo e culturale dei distretti, di un savoire-faire che non è solo francese e per quanto riguarda il tessile-abbigliamento è soprattutto italiano: è l'Italia la culla della produzione tessile di lusso e della produzione di abbigliamento e accessori di lusso.
Lo vediamo questo savoire-faire?
Lo riconosciamo?
Lo
proteggiamo?😟
#luxury #brand #fashion #knowhow #heritage #cultura #sostenibilità #esg #protezione #responsabilità










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