INDUSTRIA COTONIERA ITALIANA: una cavalcata nella storia
Fare un excursus storico sull’industria tessile-cotoniera non solo è piacevole ma è utile per una migliore comprensione: ci fa affrontare tutta una serie di elementi competitivi, ci fa notare l’evoluzione avvenuta nella cultura d’impresa dominante, per evidenziare da dove veniamo e perché siamo qui ora, ci mostra l’ambiente competitivo, la sua evoluzione e la capacità delle imprese cotoniere di interagire con esso, ci evidenzia le prospettive future.
Post unificazione
L’industria cotoniera ha radici molto profonde nella nostra storia: già negli anni immediatamente successivi all’unificazione stava conoscendo un progressivo sviluppo sia pur in zone limitate.
L’Italia industriale era infatti non meno divisa di quella politica.
Gli imprenditori non erano ancora in grado di reggersi
esclusivamente con le proprie forze e l’ambiente economico era protetto dalle
tariffe doganali.
Dopo l’iniziale malcontento dovuto all’adozione nel 1861
della tariffa doganale sarda (la più mite) e conseguente arresto dello sviluppo
in corso (a vantaggio di Paesi come Inghilterra, Francia e Germania),
all’industria cotoniera furono concessi intorno al 1880-1890 margini di
protezione tali da assicurare ai capitali investiti una remunerazione più alta
rispetto ad altre forme d’investimento: verso l’industria cotoniera si
spostarono i capitali provenienti da altre industrie e da altre industrie
tessili considerate meno redditizie.
Naturalmente non furono soltanto le sostanziose misure protettive le cause di questa affermazione: bisogna aggiungere anche i bassi salari, la disponibilità di manodopera già in parte formata in quanto fuoriuscita dall’industria della seta, l’utilizzo dei corsi d’acqua e dei canali per la produzione di energia idroelettrica, il regolare andamento dei prezzi dei greggi di importazione, l’elevarsi del tenore di vita della popolazione e una “moda” favorevole al cotone.
L’industria cotoniera si affermò e assunse un ruolo primario nel panorama industriale italiano: i fusi (filatura) e i telai (tessitura) si moltiplicarono, così fino all’inizio del ‘900. Era la c.d. “frenesia cotoniera”, una corsa all’investimento basata sull’ottimismo euforico riguardo le prospettive di ulteriore crescita del settore.
Primi ‘900
Venne però a mancare la proporzione tra capacità produttiva
e possibilità di assorbimento del mercato interno, protetto dalla concorrenza
estera, sul quale si faceva affidamento. Gli sforzi verso l’export a ogni costo
(anche a prezzi di “dumping”) non riuscirono a smobilizzare i crescenti stocks
e la redditività crollò: fu crisi. La durata e l’intensità della crisi italiana
furono accentuate dalla nuova legislazione sociale e dalle condizioni di
“benevola attenzione” in cui la nostra industria cotoniera si era sviluppata.
Intorno al 1910 furono fatti i maggiori sforzi per il risanamento dell’industria cotoniera e per annullare il gap tecnologico con gli altri Paesi: erano gli anni del “decollo industriale” e l’industria cotoniera ne fu attore di primaria importanza: emersero realtà produttive e figure imprenditoriali che imposero le proprie produzioni all’estero.
Pensiamo alla
c.d. “archeologia industriale” di stile liberty che abbiamo la fortuna di
ammirare. Fu così fino alla 1^ guerra mondiale.
Tra le due guerre
In questo periodo solo il Giappone stava vivendo uno sviluppo industriale superiore a quello italiano.
Il “boom” fu di proporzioni inferiori soltanto a quello più recente degli anni ’50. Ci fu un aumento quantitativo del consumo, un miglioramento delle qualità di cotone trattato e un miglioramento tecnologico.
Fino alla crisi del ’29 … e le soluzioni alla crisi evidenziarono
nuovamente le debolezze strutturali e il carattere “politico” dell’industria
cotoniera.
Dopo la crisi del ’29 piovve sul bagnato, ci furono la politica autarchica che favorì fibre artificiali di produzione interna e il boicottaggio delle esportazioni italiane dovuto alla guerra d’Etiopia.
L’industria cotoniera, che già soffriva di un saldo passivo strutturale nella bilancia commerciale, ne fu gravemente colpita. Lo sforzo dei produttori italiani nel produrre dei succedanei al cotone fu intenso: nel 1937 solo il 62% dei filati utilizzati in tessitura era di cotone, contro l’89% del 1934, raion e altre fibre di recentissima introduzione avevano fatto la differenza.
La politica autarchica ebbe tuttavia l’effetto distorsivo di
sganciare artificiosamente la struttura industriale italiana e il mercato
stesso da quelli internazionali.
In ogni caso, deve essere comunque riconosciuto all’industria
cotoniera un ruolo trainante nello sviluppo economico anche tra le 2 guerre:
nacquero gruppi industriali articolati, dalla filatura alla tessitura alle
gestioni patrimoniali.
La struttura spaziale dell’industria cotoniera era stata stabile, sin dal suo sorgere, nel triangolo Gallarate – Busto Arsizio – Legnano. Numerosi fattori interagirono nel creare il clima favorevole allo sviluppo dell’industria cotoniera in questa zona: laboriosità, diffuso senso di indipendenza economica, imprenditorialità, posizione baricentrica rispetto alle correnti di traffico e la stessa tradizione che si andava costituendo. Altre aree di sviluppo cotoniero ci furono nel piemontese e nel vicentino.
Altro importante fattore strutturale dell’industria
cotoniera era la proprietà in forma chiusa, in pratica di tipo familiare. Ciò
contribuirà in modo rilevante a quel lento mutare strutturale e strategico che
avrebbe connotato il settore nel dopoguerra.
Il dopoguerra e il periodo aureo
La struttura portante dell’industria cotoniera era costituita fino al ’45 da un gruppo di imprese “storiche” tra le quali si possono citare, a puro titolo di esempio, il Cotonificio Valle Susa, la Rossari e Varzi, il Gruppo Bustese, il Cotonificio Cantoni, il Cotonificio Olcese, le Manifatture Cotoniere Meridionali.
Le imprese avevano i seguenti connotati: proprietà di norma
familiare, diffusa forma di gruppo verticalizzato, strategie aziendali basate
sul breve periodo indotte dal lento fluire del tempo economico e dalla relativa
stabilità di quel periodo, predominio del fattore lavoro e significativo
differenziale salariale rispetto ai Paesi concorrenti, evoluzione tecnica lenta
e lay-out delle imprese che diveniva progressivamente sub-ottimale.
Con queste caratteristiche la nostra industria cotoniera era proiettata nel dopoguerra (e nel suo periodo d’oro sino alla metà degli anni ’60) verso un periodo economico di grandi svolte.
Pensiamo ai processi di
indipendenza nazionale (India), ai processi di take-off economico basati non a
caso sull’industria tessile che poteva immediatamente trovare una domanda
interna da soddisfare, all’affacciarsi sulla scena produttiva di Paesi come
Turchia, Egitto, Grecia, Cina, Corea, Brasile, a quella “divisione
internazionale del lavoro” che avrebbe successivamente modificato e sconvolto
gli equilibri commerciali internazionali.
Si andavano manifestando una serie di “sfide” che sommate al graduale modificarsi della natura e composizione della domanda, alla modifica dei differenziali salariali e delle relazioni industriali, avrebbero modificato le convenienze che per tanto tempo avevano consentito all’industria cotoniera un sostanziale equilibrio (sia pur all’interno dei cicli economici) e una relativa staticità strategica e gestionale.
Infatti l’impostazione di queste
aziende era coerente con le condizioni di stabilità e di crescita del settore
prevalenti sino all’inizio degli anni ’60.
La fine del periodo aureo
A partire dalla metà degli anni ’60 l’anacronismo affiorò e solo
una minoranza di imprese innovative riuscirono con lungimiranza a percepire e
fronteggiare l’evoluzione in corso. Si trattava di imprese più dinamiche e
disposte al mutamento dei mix produttivi.
Il futuro delle imprese integrate era segnato: le loro sorti sarebbero state raramente positive: la loro struttura complessa e articolata impediva o ostacolava le ristrutturazioni e i calcoli di convenienza così importanti in periodi più dinamici.
Decisioni organizzative e strategiche erano
condizionate da una considerevole inerzia comportamentale, dalla tendenza
all’impermeabilità ai cambiamenti e alla stabilità negli assetti interni, per
garantire quell’integrazione nell’impresa di funzioni politiche e sociali
ereditate dal passato.
Gli industriali cotonieri (e non solo) dell’epoca erano tuttavia dei “business tycoon” cui lo sviluppo economico e sociale delle zone interessate dalla loro presenza molto deve. Una diffusa aspirazione di queste figure era il mantenimento di uno status gerarchico spesso fine a se stesso.
Difficoltà nel destrutturare strutture consolidate da
decenni, limiti della funzione imprenditoriale, stile direzionale, errata percezione delle inversioni
strutturali, continuo riferimento al successo delle origini e agli elementi
cardine della formula imprenditoriale tradizionale, gestione del mutamento in
una situazione di deterioramento dell’equilibrio economico (molte imprese si
attardarono sul mercato anche per motivi per così dire “sentimentali”), tutti
elementi che non hanno consentito alle grandi imprese degli anni ’50 e ’60 di
progredire e sopportare la crescente turbolenza aziendale e ambientale.
Era necessario un cambiamento in quella che poi è stata definita “cultura d’impresa”: tutte le decisioni economiche sono infatti state (e sono tuttora) permeate dalla cultura d’impresa.
Il disinvestimento non costituiva tuttavia un’alternativa
attuabile per tutte le imprese, anche se non redditizie, per motivi di ordine
sociale e politico che ne impedivano la liquidazione…
Il recente passato, il presente e il futuro
Prendendo in considerazione questi sviluppi e questi “germogli” siamo in pratica arrivati a parlare delle problematiche più recenti e direi anche attuali del comparto tessile-cotoniero e non solo.
Le nuvole nere
certo sono tante, ma le prospettive di competitività sono presenti e numerose.
Ne ho parlato in altre occasioni.
E’ necessario imparare dal passato per non ripetere gli stessi errori, perché “il sonno della ragione genera mostri” anche nel tessile e nell’industria cotoniera.
Ah, dimenticavo: sono nato in una terra
di cotone, di filature e di tessiture, di lunga tradizione cotoniera, dove il
tessile e il cotone in particolare sono un imprinting: Busto Arsizio.
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