FASHION REVOLUTION ®
E’ un movimento internazionale che si batte per un’industria della moda equa, trasparente e responsabile, fondato a Londra a seguito del crollo del polo produttivo tessile Rana Plaza in Bangladesh, che uccise 1138 persone, ferendone gravemente oltre 2500.
Le fondatrici del
movimento, Orsola De Castro e Carry Somers, partirono da una domanda semplice
quanto carica di significato: “who made my clothes?” cioè “chi ha fatto i miei
vestiti?”.
Gli abiti che utilizziamo hanno alle spalle una filiera che è diventata sempre più lunga, complessa e opaca, pensiamo a materie prime (coltivazione, allevamento, estrazione), filatura, tessitura, tintura, finissaggi, confezione, ricamo, distribuzione.
Molti brand non hanno, non
possono avere il pieno controllo delle loro catene di approvvigionamento.
Talvolta anche colpevolmente.
Fashion Revolution® opera oggi in oltre 100 Paesi del mondo,
con le scuole (perché l’informazione è il pilastro su cui tutto poggia – si
dice che “people care when they know”), con le industrie, con i brand,
con i produttori, per creare quella consapevolezza e quella responsabilità dei
consumatori che possono fare da volàno a un ripensamento complessivo della
filiera, a partire proprio dalle abitudini di acquisto e dalle domande che ci
si pongono prima dell’acquisto, perché si produce e si vende ciò che il mercato
richiede.
La crescita della coscienza dei consumatori è molto significativa, l’etica verso il clima e quella sociale sono sempre più presenti, a partire dalle nuove generazioni, pur in presenza di evidenti sacche di negazionismo. I consumatori stanno acquisendo la coscienza che ogni nostro acquisto è un atto morale oltre che economico, perché coinvolge migliaia di persone.
La bulimia di consumo e la conseguente illusione di ricchezza (del consumatore) generata dallo strapotere del marketing è strettamente connessa al progressivo calo del costo dei vestiti, arrivato a livelli impensabili anche grazie ai capi low cost e alla moda “usa e getta”.
E la nostra coscienza abbina il valore dei capi al loro costo.
A fronte di questa situazione sono nati imperi economici globali.
D’altro canto, la
moltiplicazione delle collezioni dei grandi brand e delle “capsule” è andata
nello stesso senso, perché la stessa logica è stata adottata a tutti i livelli
di prodotto.
Ciò spiega l’accresciuto interesse verso il “vintage”: il
prodotto, il grande sacrificato del recente passato, deve
tornare al centro della scena, accompagnato da informazione, trasparenza e
tracciabilità, che ne garantiscano l’affidabilità e il valore anche in termini ambientali
ed etici.
In Etiopia e in Bangladesh i salari di base sono rispettivamente il 21% e il 23% di un salario dignitoso (in quel Paese, si intende…). Le violazioni dei diritti umani sono una costante in molti Paesi che fanno parte della filiera tessile-abbigliamento. E la corsa al ribasso non si è fermata. (Fonte: Clean Clothes Campaign, Salari su misura: lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento, 2019).
Avete mai pensato che nel passato esisteva la “dote” e la dote era costituita da vestiti che venivano accantonati con cura negli anni, avendo ben presente la loro qualità e il loro valore?
Oggi, certamente, questa qualità e questo valore non sono più riconosciuti e riconoscibili.
Da un lato sfilate, modelle, glamour, dall’altro delocalizzazione, sfruttamento, inquinamento, discariche: sono le due facce di un’unica filiera.
Perché
la moda inquina, sia durante la produzione dei capi sia al loro fine vita e
delocalizzare le produzioni o inviare nell’altro emisfero i capi dismessi o
prodotti in eccedenza non risolve il problema, anzi …. e il prezzo ambientale e
sociale è alto …. ma di questo problema e delle sue conseguenze si è già
scritto in altri articoli.
In particolare, per quanto riguarda l’Italia, qualità,
heritage, innovazione, design, unite a etica, trasparenza e tracciabilità, sono le chiavi per
il mantenimento e il rafforzamento della nostra leadership nella fascia alta
del mercato.
Fashion Revolution® si occupa proprio di informare i consumatori per gettare le fondamenta del cambiamento, a partire dalle scuole, organizzando conferenze, workshop destinati ai ragazzi, che sono la chiave del cambiamento.
L’hashtag #WhoMadeMyClothes non ha bisogno di
presentazioni: Fashion Revolution® invita i consumatori a chiedersi, prima di
acquistare un capo d’abbigliamento, chi l’ha fatto.
I ruoli della formazione, dei nuovi manager CSR (Corporate Social Responsibility), della
comunicazione visiva (film, documentari, studi…) e della stampa sono
fondamentali per la creazione e lo sviluppo della consapevolezza sulla sostenibilità
ambientale, sociale ed economica della nostra filiera.
Questo è il Fashion Revolution Manifesto:
“Noi siamo Fashion Revolution. Siamo designer, produttori,
artigiani, lavoratori e consumatori. Siamo accademici, scrittori, business
leader, brand, commercianti, sindacati e politici. Siamo l’industria e il
pubblico. Siamo cittadini del mondo. Siamo un movimento e una comunità. Siamo
te. Amiamo la moda, ma non vogliamo che i nostri vestiti sfruttino le persone o
distruggano il pianeta. Chiediamo un cambiamento radicale e rivoluzionario.
Questo è il nostro sogno…
1 – La moda offre un lavoro dignitoso, dall’ideazione, alla creazione, alla sfilata. Non schiavizza, non mette in pericolo, non sfrutta, non sovraccarica di lavoro, non molesta, non abusa e non discrimina nessuno. La moda libera i lavoratori e chi indossa gli abiti e mette tutti in condizione di far valere i propri diritti.
2 – La moda offre una paga giusta ed equa. Accresce il
livello di sostentamento di chiunque lavori per l’industria, dall’azienda
agricola al negozio. La moda solleva le persone dalla povertà, crea società
prosperose e soddisfa le aspirazioni.
3 – La moda dà alle persone una voce, la possibilità di
parlare apertamente senza paura, di unirsi senza repressione e negoziare
migliori condizioni di lavoro e nelle comunità.
4 – La moda rispetta cultura e tradizione. Incoraggia,
celebra e ricompensa il talento e la maestria. Riconosce la creatività come il
suo bene più forte. La moda non si appropria mai senza prima dare credito né
ruba senza permesso. La moda onora l’artigiano.
5 – La moda sta per solidarietà, disponibilità e democrazia,
indipendentemente da razza, classe sociale, genere, età, forma, identità o
abilità. Sostiene che la diversità sia fondamentale per il successo.
6 – La moda conserva e preserva l’ambiente. Non esaurisce risorse preziose, non degrada il nostro terreno, non inquina la nostra aria e la nostra acqua e non mette in pericolo la nostra salute. La moda protegge il benessere di tutte le cose viventi e salvaguarda i diversi ecosistemi.
7 – La moda non distrugge ne getta senza motivo ma ridisegna
e recupera responsabilmente in modo circolare. La moda è riparata, riusata,
riciclata e creata da scarti. I nostri guardaroba e le discariche non
traboccano di abiti che abbiamo desiderato ma non amato, comprato ma non
tenuto.
8 – La moda è trasparente e responsabile. La moda adotta
chiarezza e non si nasconde dietro la complessità né si affida a segreti
commerciali per ricavarne valore. Chiunque, ovunque, può scoprire come, dove,
da chi e sotto quali circostanze vengono prodotti i propri vestiti.
9 – La moda misura il successo da ben altro che vendite e profitti. La moda mette a pari livello crescita finanziaria, benessere umano e sostenibilità dell’ambiente.
10 – La
moda vive per esprimere, deliziare, riflettere, protestare, confortare,
dispiacersi e condividere.
La moda
non soggioga, denigra, marginalizza né compromette. La moda celebra la vita”.
Ce n’è abbastanza per rabbrividire: non si può leggere questo manifesto senza interrogarsi su quanto stiamo facendo, per noi stessi e per chi dopo di noi verrà.
Il sito internet di Fashion Revolution® è www.fashionrevolution.org – se non lo avete già fatto, date un’occhiata!
E, come si dice, “last but not least” un consiglio di lettura:
Luisa Ciuni & Marina Spadafora - La rivoluzione comincia dal tuo armadio – Tutto quello che dovreste sapere sulla moda sostenibile – Ed. Solferino – Milano – 2020.
Non dovrebbe mancare nella libreria di tutte le persone che si occupano di “stoffe e moda” o ne sono appassionate.
Informazioni, considerazioni e critiche a un sistema affascinante e a una filiera opaca come la nostra. Un altro “pugno nello stomaco” da affiancare alla lettura di Edoardo Nesi “Storia della mia gente”.
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