TECNOFIBRE o FIBRE MAN-MADE
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| photo by Chris Curry on Unsplash |
PERCHE’
L’uomo si è sostituito alla natura nella produzione di fibre
tessili, del tutto nuove, attraverso processi di sintesi macromolecolare: anche
le fibre artificiali e sintetiche sono macromolecole, formate cioè da polimeri
che si formano attraverso la reazione chimica di polimerizzazione dei monomeri.
Il numero di unità che si ripetono nella macromolecola è detto grado di
polimerizzazione.
Le fibre chimiche o man-made o tecnofibre, essendo create dall’uomo, possono essere “progettate”: hanno la capacità di evolversi e di innovarsi, interpretando le esigenze che si creano in vario modo sul mercato.
Le tecnofibre possono essere ricavate da polimeri esistenti
in natura (fibre artificiali) o da polimeri di sintesi (fibre
sintetiche) ed essere prodotte in filamento continuo (più simili
alla seta) o essere tagliate in fiocco (più simili al cotone).
Le tecnofibre sono nate a seguito di vari fattori, come il
progresso scientifico e tecnologico, il desiderio di sostituirsi alla natura
producendo in modo artificiale (prima) o sintetico (poi) le fibre tessili senza
dipendere da fattori climatici e ambientali, l’accresciuta domanda di prodotti
tessili, la diminuzione dei costi industriali.
Per capire quanto le tecnofibre siano presenti nella nostra
vita quotidiana è sufficiente elencare qualche nome: rayon viscosa, poliestere,
gomma sintetica, linoleum, PVC, cellophane, nylon, vinile, formica,
polietilene, siliconi, lycra, Alcantara®, pile…solo per citarne alcune…
L’evoluzione delle tecnofibre verso aspetti estetici
silk-like e verso nuove e rivoluzionarie performance ha portato negli anni ’80
alla nascita della microfibra.
Vanno incontro alle nuove aspettative, alla nuova coscienza
e alle nuove istanze ecologiche le tecnologie pulite, a basso impatto
ambientale, materie prime da risorse rinnovabili, certificazioni di prodotto e
di processo a tutela di uno sviluppo il più sostenibile possibile. Le potenzialità
delle fibre man-made hanno in effetti ben pochi limiti, purchè la ricerca e lo
sviluppo siano compatibili con l’ambiente competitivo e le istanze di
sostenibilità ESG.
In particolare per le fibre man-made, la denominazione
commerciale della fibra è caratterizzata da un crescente utilizzo di nomi e
marchi, che identificano e caratterizzano il prodotto, non solo dal punto
di vista del marketing ma dal punto di vista prestazionale e dal punto di vista
della sua sostenibilità.
PREZZO
Il prezzo delle fibre man-made dipende essenzialmente dalle tecnologie disponibili e dal prezzo del barile di petrolio.![]() |
| fonte: Textile Exchange - Preferred fiber & materials market report |
Il poliestere ha superato il cotone come fibra tessile più usata al mondo nel 2001: il consumo di fibre è più che triplicato negli ultimi decenni, ma l’incremento nel consumo di fibre chimiche è stato molto più alto dell’incremento nel consumo di fibre naturali.
LA CRISTALLINITA’
LE FIBRE ARTIFICIALI
Si iniziò a produrle alla fine dell’800, partendo dalla
ricerca della “seta artificiale”, ma il loro boom si ebbe a partire dagli anni
’30.
Tutte raggruppate sotto la denominazione comune di rayon, hanno migliori
caratteristiche estetiche e funzionali rispetto a quelle naturali, leggere,
resistenti, regolari, lucenti, flessibili, non temono tarme e muffe ed
assorbono bene il colore. Sono però meno resistenti delle fibre naturali, così come si usurano e si deformano di più.
Fibre Cellulosiche
si ottengono dalla cellulosa del
legno o dei linter del cotone, vengono rese vischiose e sciolte attraverso solventi
chimici e successivamente estruse. La cellulosa è costituita da polimeri di glucosio ma non è
assimilabile e quindi non è disponibile come fonte di energia, se non negli
erbivori: Viene chiamata anche fibra alimentare, per definizione resistente
alla digestione.
Viscosa: la fibra artificiale di maggior successo, molto versatile, lucente, traspirante e igroscopica, si deforma con facilità, non è termoplastica e brucia facilmente.
Cupro: viene tratto dai linter del cotone, le fibre
che ne avvolgono il seme. Fibra sottile e lucente, simile alla seta, si produce in fiocco o filo continuo. Bemberg vi
dice qualcosa? Inizialmente la produzione del cupro era molto inquinante, per il notevole utilizzo e rilascio di solventi, attualmente l'impatto è molto minore. Vedi foto sotto:
Modal: è un rayon prodotto dalla cellulosa di faggio, fibra stabile e resistente, dall’ottima resa coloristica. Conferisce maggiore morbidezza e prestazioni al cotone se usata in mischia con lo stesso. Insieme al lyocel viene commercializzato dalla Lenzing con il marchio Tencel ®
Crabyon: fibra derivante dalla miscela di viscosa e chitosano. Il chitosano è un derivato della chitina, composto di origine naturale che si ottiene dalla frantumazione del carapace di granchi e altri crostacei (da scarti alimentari o scarti di lavorazione). Simile al cotone, altamente anti-batterica, anallergica, traspirante, igroscopica, confortevole e biodegradabile. Ottima quindi per capi a contatto con la pelle e negli usi medicali.
Acetato: ricavato chimicamente dalla cellulosa
disciolta in acetone. Fibra continua sottile, lucente e morbida, con buone proprietà di
traspirabilità, igroscopicità e a antistaticità. Non più relegato all'ambito delle fodere, ora è utilizzato in ambito fashion e lingerie. Vedi foto sotto.
Polinosico: particolare tipo di rayon modificato. Si differenzia dai tipi tradizionali per una maggiore stabilità dimensionale a umido e maggiore resistenza ai lavaggi casalinghi. Vicina, come caratteristiche, alle fibre vegetali. E’ una fibra fragile: può rompersi facilmente durante alcune lavorazioni tessili e può fibrillare all'usura e ai lavaggi ripetuti. Viene usato soprattutto in mista.
Fibre Alginiche: fibra alginica originata da alghe
marine e processo produttivo simile a quello della viscosa, con alta tenacità a
secco, si scioglie con facilità in bagni alcalini: usata spesso in mischia nei tessuti
devorè.
Fibre Elastodieniche: gomma (alternativa all’elastan,
utilizzata raramente)
Fibre da Biomassa: le cosiddette fibre bio-based, derivate da materiali di scarto dell’industria agro-alimentare o di altri settori. Parliamo di pelli vegetali come Piňatex® (dallo scarto dell’ananas), Pellemela® (dallo scarto dei succhi di frutta e Vegea® (dallo scarto delle produzioni vinicole), Orange Fiber® (dal residuo della lavorazione delle arance, fibra simile all’acetato), Newcell Fiber® (dal riciclo della cellulosa recuperata e trasformata, senza l’utilizzo di solventi chimici), Seacell® (dalle alghe marine dei fiordi svedesi, prelevando dalla pianta solo la parte che si rigenera, fibra lavorata dalla Lenzing, biodegradabile e compostabile)
Fibre Proteiche
Le proteine sono macromolecole costituite da centinaia di
monomeri chiamati amminoacidi
Caseina: di origine animale, dalla caseina del latte – penso al Lanital – l’interesse verso queste fibre si è recentemente risvegliato, in relazione alla maggiore sensibilità verso l’ambiente e con il progresso tecnologico che ha reso meno impattanti i processi produttivi
Mais (Cornleaf®): filato biodegradabile derivante
dalla polimerizzazione del PLA (Poly Lactic Acid - acido polilattico) ottenuto dalla fermentazione dell’amido di mais, prodotto da Radici, tinto in massa, isolante, batteriostatico, confortevole, morbido, elastico e duraturo, con utilizzi trasversali eco-compatibili
Soia: di origine vegetale, dagli scarti alimentari della soia. Coltivazione benefica, fibra biodegradabile che viene chiamata anche “cashmere vegetale” per la sua morbidezza
Fibre Minerali
Sono le cosiddette MMMF (Man Made Mineral Fibers), ottenute
da sostanze minerali per fusione e successiva estrusione. Molto performanti,
spesso utilizzate in ambito tecnico e industriale e se in forma di filo
continuo anche in ambito tessile. Tra le loro caratteristiche: sono resistenti al calore e all’usura,
isolanti, leggere, plastiche, flessibili, non degradabili e antibatteriche.
da laminati e trafilati: oro, argento, rame, alluminio.
La storia dei fili d’oro e d’argento è molto antica, utilizzati per tessuti
preziosi già nel medioevo. Originariamente prodotti avvolgendo la fibra
preziosa opportunamente laminata e preparata intorno a una fibra tessile
naturale, attualmente i fili metallici vengono prodotti rivestendo un filo di
alluminio con acetato trasparente che viene successivamente colorato ad
imitazione di oro, argento e rame.
da silicati: fibra di vetro, utilizzata
nell’ambito dei materiali compositi, associata quindi a materiali di sintesi in
vari ambiti di utilizzo. La fibra di vetro è sottilissima e flessibile, può
essere in filo continuo o in fibre corte, non è fragile come potrebbe sembrare,
anzi è decisamente resistente e resiliente, per utilizzi tecnici in ambiti
soprattutto diversi dal tessile: basti pensare agli scafi delle barche…
da carbonio: fibra di carbonio: fibra innovativa costituita da carbonio purissimo o grafite, filamenti sottilissimi, alta resistenza alla trazione, leggerissima, isolante e molto resistente al calore, antistatica e antimagnetica. Le proprietà sono simili a quelle dell’asbesto che però è nocivo per la salute.
Se si parla di un foglio monoatomico di grafite ci si
riferisce al grafene, il materiale più sottile del mondo (200mila volte più sottile di un capello umano), ottenuto grazie alla nano-tecnologie, scoperto nel
2004, sostenibile, deformabile, grande conduttore di calore ed elettricità,
stabile, impermeabile ai gas. Viene utilizzato negli “smart textiles” per
trasferire dati e calore tramite l’energia elettrica: questi tessuti hanno
anche grandi proprietà antistatiche, antibatteriche e termoregolatrici.
LE FIBRE SINTETICHE
Hanno migliori caratteristiche meccaniche delle fibre naturali, più tenaci, si usurano meno, non si degradano con gli agenti atmosferici, non temono muffe e tarme, non si stropicciano, sono isolanti e ben tingibili.
Non sono però biodegradabili, derivano da fonti non rinnovabili e il
loro processo produttivo tradizionale è ad alto impatto ambientale a causa
delle fonti della materia prima, dello smaltimento a fine vita dei prodotti,
dell’utilizzo di acqua e di energia, delle emissioni di anidride carbonica. Non
si tratta di prodotti ipoallergenici e si disperdono nell’ambiente sotto forma
di microplastiche alla normale manutenzione.
Così come le materie plastiche, sono termoplastiche se possono essere "rammollite" e
modellate a caldo più volte, sono termoindurenti se una volta "rammollite" e modellate a caldo perdono definitivamente la plasticità.
Acrilico o Poliacrilico: sintetizzato nel 1940, immesso sul mercato nel 1948 con il nome commerciale di Orlon, fibra elastica, morbida, leggera, luminosa, duttile, stabile dimensionalmente, non assorbe l’umidità ed è elettrostatica. Molto utilizzata in mischia con la lana: il filato viene prodotto normalmente in fiocco. Una sia variante è la fibra modacrilica. Non è biodegradabile.
Clorofibra (polivinilcloruro o PVC): normalmente utilizzata per trattare indumenti antipioggia, attraverso spalmatura. Buona resistenza meccanica e chimica, isolante ma elettrostatica, elastica. Ha bassa resistenza al calore: non sopporta stiratura e trattamenti con acqua bollente: deve essere stirata a bassa temperatura, non sopporta il lavaggio a secco. Non è biodegradabile.
Elastan: fibra poliuretanica elastomerica, la cui commercializzazione è iniziata nel 1962, prodotta solo in filamento continuo, conosciuta soprattutto con i marchi commerciali Lycra® (Spandex ® in Nord America e Australia), Dorlastan ®, Roica ®, Creora ®. Ha punto di fusione molto più basso del poliestere e ciò comporta la maggiore attenzione alle temperature in fase di tintura e stampa. Utilizzata praticamente solo in mischia con altre fibre per elasticizzare i tessuti. La produzione di elastan fa largo uso di sostanze chimiche, di acqua e di energia. Non è biodegradabile e la fibra elastan limita la biodegradabilità dei capi che la contengono.
Fibre aramidiche: ottenute dalla lavorazione di petrolio o gas naturale, sono delle poliammidi aromatiche, introdotte negli anni ’70 nel mercato, conosciute con i nomi commerciali di Kevlar ® e Nomex ®. Hanno caratteristiche precise per usi e prestazioni specifiche: leggere ma con grande resistenza alla trazione (il kevlar ® è 5 volte più resistente dell'acciaio e del vetro alla trazione), al calore e alla fiamma, agli agenti chimici e al taglio, isolanti e coibenti, protezione da arco elettrico, sufficientemente morbide e confortevoli.Utilizzate per tute da racing, divise Vigili del Fuoco, divise militari e tute da lavoro in condizioni estreme. Non sono biodegradabili.
Fluorofibre: fibre dette PTFE (politetrafluoroetilene), appartenenti al gruppo dei PFC (polifluorocarburi), conosciuta con il nome commerciale di Teflon ®, dagli utilizzi ora soprattutto industriali.
Inizialmente di questo gruppo faceva parte anche la celeberrima membrana micro-porosa Goretex ®, impermeabile e traspirante: da anni azienda ha eliminato i PFC dalle sue membrane, uscendo quindi da questo gruppo di fibre diciamo così "chiacchierate".
Policloroprene o Neoprene: Neoprene è il nome commerciale della gomma sintetica policloroprene, la prima gomma sintetica prodotta a larga scala. Detto anche Scuba (acronimo di Self Contained Underwater Breathing Apparatus), nasce dalla polimerizzazione del cloro e del butadiene, si presenta come una gomma porosa e flessibile, di struttura quasi spugnosa, la cui massa è costituita da micro-cellule gassose uniformemente distribuite che intrappolano l'aria.
Le principali caratteristiche sono elasticità, protezione termica,
comprimibilità, resistenza al taglio e allo schiacciamento, indemagliabilità,
resistenza all'invecchiamento atmosferico, all’acqua (è impermeabile) e al
calore, morbidezza. Risulta essere inerte verso molti agenti chimici, oli e
solventi, ma non è traspirante. Trova importanti applicazioni
nel campo dell'industria e degli indumenti…il passo dalle mute da sub allo
streetwear e al pret a porter è stato breve…Non è biodegradabile.
Poliammidica (nylon): la prima fibra sintetica, nata nel 1938 nei laboratori della Dupont. Il nome nylon deriva dalle iniziali delle città New York e LONdra. Rivoluzionò il tessile (penso alle calze di nylon) e non solo (penso ai paracadute). In Italia la produzione ebbe inizio nel 1956. Fibra molto resistente alla trazione e all’usura, leggera, stabile dimensionalmente, di rapida asciugatura e non necessita di stiro. Beachwear (elasticizzato), sportswear, intimo e accessori, paracadute, ombrelli, reti da pesca…Il nylon trilobato ha sezione triangolare ed è quindi più lucente, coprente e isolante. Non è biodegradabile.
Poliestere: la fibra sintetica più diffusa e la più diffusa in assoluto tra le fibre. Immesso sul mercato nel 1948 con il nome di Terylene, la sua produzione in Italia ebbe inizio nel 1953 con il nome di Terital. Grande resistenza all’abrasione, alle pieghe e al calore, impermeabile, stabile anche dimensionalmente, ingualcibile. Le pieghe del poliestere, se realizzate a caldo, si fissano: la fibra si adatta alla plissettatura a caldo ma al contempo soffre le pieghe a caldo in lavorazione. Si tinge con coloranti appositi: i dispersi. Si produce in filamento o in fiocco o anche in microbave dalle migliori performance di traspirabilità e impermeabilità. Il pile, tanto diffuso, è realizzato in poliestere o microfibra poliestere. Non è biodegradabile.
Polipropilene: commercializzato in fiocco con il nome di Meraklon (e con questo nome più spesso conosciuto) o in forma di filo continuo con il nome di Neofil. E' la più giovane delle fibre sintetiche e la fibra più leggera che esista, nata dalle ricerche di G. Natta, può essere tinto in pasta e testurizzato (crettato, arricciato). Morbida, lanosa, traspirante, ottimo isolante, non assorbe umidità, antistatica. Utilizzata nell’intimo sportivo e spesso in mischia con altre fibre. Il popiprolipene è stato utilizzato anche in forma di resina sintetica (non filato) con il famoso nome di Moplen. Ha un impatto ambientale minore di altre fibre sintetiche ma non è biodegradabile.
Polietilene (o politene): una delle resine plastiche più economiche, termoplastica, può avere varie densità ed è quindi versatile soprattutto nell’uso industriale: impermeabilizzazioni, film estensibili e pluriball, rivestimenti, flaconi, tappi, tubi, mobili da giardino e reti…In ambito tessile è conosciuto il nome commerciale Tyvek ® by Dupont, fibra con la quale si realizza un tessuto non tessuto "effetto carta" leggero ma tenace, resistente agli strappi, idrorepellente e traspirante, anti-batterico, riciclabile e ben stampabile. Non è una fibra biodegradabile.
Poliuretano: è l’elemento costitutivo delle fibre di elastan, viene utilizzato anche per trattare abiti antipioggia. In mischia con il poliestere dà origine all’Alcantara ®. Non è biodegradabile.
CARATTERISTICHE FISICO-MECCANICHE
Lunghezza: le fibre man-made sono tipicamente
continue, derivando da estrusione. Sono discontinue nel caso vengano tagliate
in fiocco.
Finezza: dipende dalla diversa sezione del foro di
estrusione. Il valore è espresso in dTex (decitex) ed è più regolare rispetto
alle fibre naturali. Anche nel caso delle fibre man-made la finezza influisce
su pienezza, drappeggio, brillantezza, mano del tessuto…e prezzo.
Densità e peso specifico: espressa in gr/cm³. Una fibra leggera e voluminosa corrisponde a un valore basso di densità. Alcuni esempi: polietilene 0,92 – nylon 1,14 – acetato 1,32 – viscosa 1,52 – fibra di vetro 2,54.
Lucentezza: essendo più uniformi, la rifrazione della
luce è migliore e le tecnofibre sono normalmente più lucide delle fibre
naturali. Non di rado le tecnofibre vengono opacizzate per renderle più simili
da questo punto di vista alle fibre naturali.
Mano: il concetto di “mano” è un concetto che tiene conto di vari elementi: luminosità, tatto, sensazione di pienezza, sofficità e liscio nel tenere il tessuto tra il pollice e le altre dita, flessione, sensazione allo scorrimento sul tessuto e al suo maneggio, adattabilità e comfort all’uso, caduta e drappeggio…Mano sostenuta se la fibra risulta rigida e poco soffice, mano lenta se è morbida ed elastica alla pressione. Lo stesso avviene per il filo e il tessuto che dalla fibra derivano.
Tenacità: favorita da strutture altamente cristalline, è abbinata al carico di rottura ed esprime la resistenza massima della fibra. La tenacità è legata all’allungamento e si misura con un dinamometro. I rayon hanno normalmente tenacità più bassa delle fibre sintetiche (e anche di quelle naturali). Alcuni esempi di tenacità/allungamento: acetato 1,5/25 – viscosa 2,2/20 – acrilico 3/35 – poliestere 4,8/28 – poliammide 5/30 – polipropilene 6/20 – poliuretano elastomerico 0,8/600
Elasticità: è la proprietà di tendersi e di
recuperare la lunghezza originale dopo la rimozione della sollecitazione. Una
fibra è elastica se recupera meglio un allungamento subito. L’allungamento
totale è composto dall’allungamento elastico (reversibile, che si recupera) e
da quello permanente (che non si recupera). Superato il limite, la fibra si
snerva.
Resilienza: è la capacità di un materiale di
riprendere il proprio spessore dopo essere stato sottoposto a compressione e
schiacciamento. Si ottiene valutando il tasso di ripresa % della piega di un
tessuto realizzato con la fibra in esame. Ad esempio: 100% per l’elastan, 80%
per il poliestere, 70% per il poliammide, 50% per l’acrilico, 40% per
l’acetato, 30% per la viscosa. Riferimenti di resilienza nell’ambito delle
fibre naturali sono lana (65%), seta (45%), cotone (25%), lino (20%)
Igroscopicità: la capacità di assorbire vapore acque dall’ambiente: è la percentuale massima di umidità che la fibra può assorbire senza apparire bagnata. Le fibre artificiali sono più igroscopiche di quelle sintetiche e in particolare il poliestere ha una bassissima igroscopicità, dovuta alla sua grande cristallinità. La quantità di umidità presente nella fibra è fondamentale anche dal punto di vista commerciale, perché l’umidità aumenta il peso delle fibre e le stesse sono vendute a peso…
Il tasso di ripresa
convenzionale è la quantità di vapore acqueo che un materiale tessile deve
contenere in condizioni normali: viene fissato convenzionalmente per le varie
fibre ed è espresso in % sul peso del materiale. Quindi peso a secco + tasso di
ripresa convenzionale = peso mercantile, sulla base del quale avvengono le
contrattazioni commerciali. Alcuni esempi: poliestere 1,5%, elastan 1,5%,
acrilico 2%, poliammide filamento 5,75%, fibra aramidica 8%, acetato 9%,
viscosa 13%.
Permeabilità all’aria e vapore acqueo: oltre che dalla fibra dipendono dallo spessore e dalla struttura stessa del tessuto. Pensiamo a filtri, tende, vele, paracadute, airbag, tessuti tecnici e funzionali. L’impermeabilità è nemica della porosità della fibra e della pressione, neoprene a parte. Del resto il la produzione del nylon si è sviluppata negli Usa durante la 2^ guerra mondiale per produrre i paracadute…
Comportamento al calore: come una fibra reagisce al calore. Le tecnofibre non bruciano ma prima si ammorbidiscono e poi si fondono.
Come per le fibre naturali, le caratteristiche ignifughe di una fibra tessile man-made sono indicate dal L.O.I. (Limiting Oxygen Index). Le fibre intrinsecamente autoestinguenti hanno un LOI superiore a 21 (21% è la quantità di ossigeno presente nell’aria).Qualche esempio di L.O.I.: acetato 18, acrilico 19, viscosa
20, poliestere 22, poliammide 20. Un maggiore potere ignifugo si ottiene con i
trattamenti FR (flame retardant, ora meno utilizzati in quanto generano
sostanze non proprio ortodosse dal punto di vista dei fumi…).
Si producono invece fibre tessili sintetiche
termoresistenti, che non perdono potere ignifugo al lavaggio e non producono
fumi tossici. Ci sono fibre man-made caratterizzate da valori L.O.I. tra 28 e
31, che presentano quindi un comportamento “flame retardant”: conferiscono ai
tessuti proprietà ignifughe permanenti, ritardando o di inibendo la fiamma. Con
queste fibre modificate sono realizzati i tessili antifiamma più diffusi e
sviluppati sul mercato perché, a proprietà di reazione al fuoco adeguate,
uniscono costi e qualità tessili ed estetiche adatte alla maggior parte delle
esigenze.
Tingibilità: la capacità di una fibra tessile di
essere tinta. Dipende dalla cristallinità della fibra: più la fibra è
cristallina meno risulta tingibile, così come risulta essere meno bagnabile e
allungabile. Al contrario, una fibra meno cristallina risulta essere più
tingibile, bagnabile e allungabile, ma meno tenace. Un compromesso tra le varie
esigenze, per gli usi comuni, è inevitabile...
Stabilità dimensionale: capacità della fibra di
mantenere le proprie dimensioni nell’ambiente e nell’uso. Anch’essa è
inversamente proporzionale alla cristallinità della fibra e ai legami tra le
molecole che la compongono. Le fibre sintetiche sono normalmente più stabili
dimensionalmente di quelle artificiali e di quelle naturali.
CARATTERISTICHE FISIOLOGICHE
Allergenicità: è una caratteristica fisiologica e soggettiva. Le fibre naturali sono sicuramente più ipoallergeniche di quelle artificiali e sintetiche: creano meno problemi di allergie e irritazioni al contatto con la pelle. Naturalmente c’entrano poi coloranti, finissaggi e appretti, per cui non è detto che l’ipoallergenicità della fibra venga mantenuta, soprattutto nel caso dei tessuti funzionali…
Senso di caldo-fresco: altra caratteristica fisiologica e soggettiva. Dipende dalla coibenza della fibra e da fattori strutturali del tessuto. Pensando alla crettatura delle fibre naturali, la testurizzazione delle fibre sintetiche (la loro arricciatura) ha l’obiettivo di rendere le fibre meno lineari, quindi di conferire maggiore potere coibente.
Vestibilità: fa sempre parte delle caratteristiche
fisiologiche e non è oggettiva: varia da persona a persona e dipende non solo
dalla fibra ma dalla struttura chimica, da quella meccanica e dallo stesso
tessimento.
TECNOFIBRE E SENSIBILITA’ AMBIENTALE
La ricerca di maggiore sostenibilità ambientale delle tecnofibre in un’ottica di circolarità si sta muovendo:utilizzando
materiali da riciclo, come il PET delle bottiglie di plastica per produrre
poliestere riciclato o il riciclo delle reti da pesca per produrre nylon
riciclato
migliorando
le tecnologie di riciclo pre e post consumer
diminuendo
i consumi di acqua e di energia
certificando i processi produttivi
introducendo
nuove fibre bio-based in sostituzione delle tradizionali fibre artificiali e
sintetiche,
Sono le fibre man-made che nascono dalla nuova e crescente
sensibilità verso il tema della sostenibilità ambientale della nostra filiera.
La risposta è: ho preferito una visione d’insieme sull’argomento “tecnofibre”, senza entrare in tecnicismi per i quali ci sono libri interi di approfondimento…😅
Vi assicuro che non è stato facile affrontare sinteticamente
questo interessantissimo soggetto cercando di essere, nei limiti del possibile,
preciso…quindi grazie per la pazienza!🙏
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