TECNOFIBRE o FIBRE MAN-MADE

 

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PERCHE’

L’uomo si è sostituito alla natura nella produzione di fibre tessili, del tutto nuove, attraverso processi di sintesi macromolecolare: anche le fibre artificiali e sintetiche sono macromolecole, formate cioè da polimeri che si formano attraverso la reazione chimica di polimerizzazione dei monomeri. Il numero di unità che si ripetono nella macromolecola è detto grado di polimerizzazione.

Le fibre chimiche o man-made o tecnofibre, essendo create dall’uomo, possono essere “progettate”: hanno la capacità di evolversi e di innovarsi, interpretando le esigenze che si creano in vario modo sul mercato.

Le tecnofibre possono essere ricavate da polimeri esistenti in natura (fibre artificiali) o da polimeri di sintesi (fibre sintetiche) ed essere prodotte in filamento continuo (più simili alla seta) o essere tagliate in fiocco (più simili al cotone).

Le tecnofibre sono nate a seguito di vari fattori, come il progresso scientifico e tecnologico, il desiderio di sostituirsi alla natura producendo in modo artificiale (prima) o sintetico (poi) le fibre tessili senza dipendere da fattori climatici e ambientali, l’accresciuta domanda di prodotti tessili, la diminuzione dei costi industriali.

Per capire quanto le tecnofibre siano presenti nella nostra vita quotidiana è sufficiente elencare qualche nome: rayon viscosa, poliestere, gomma sintetica, linoleum, PVC, cellophane, nylon, vinile, formica, polietilene, siliconi, lycra, Alcantara®, pile…solo per citarne alcune…

L’evoluzione delle tecnofibre verso aspetti estetici silk-like e verso nuove e rivoluzionarie performance ha portato negli anni ’80 alla nascita della microfibra.

Questa evoluzione deve fare i conti con la nuova coscienza ecologica nel mercato e nei consumatori: le fibre artificiali e quelle sintetiche hanno reagito alla sfida con importanti investimenti in impianti di depurazione e riciclo: basti pensare al nylon riciclato dalle reti da pesca e al poliestere riciclato dalle bottiglie di pet... D’altro canto, la “progettabilità” delle tecnofibre e quindi la possibilità di incorporare caratteristiche chimiche e fisiche innovative e uniche costituisce il terreno fertile su cui queste fibre potranno ulteriormente svilupparsi…si stanno diffondendo le cosiddette fibre intelligenti o “smart-fibres”, le cui funzionalità potranno facilitare la nostra vita, le fibre auto- e le fibre anti-.

Vanno incontro alle nuove aspettative, alla nuova coscienza e alle nuove istanze ecologiche le tecnologie pulite, a basso impatto ambientale, materie prime da risorse rinnovabili, certificazioni di prodotto e di processo a tutela di uno sviluppo il più sostenibile possibile. Le potenzialità delle fibre man-made hanno in effetti ben pochi limiti, purchè la ricerca e lo sviluppo siano compatibili con l’ambiente competitivo e le istanze di sostenibilità ESG.

In particolare per le fibre man-made, la denominazione commerciale della fibra è caratterizzata da un crescente utilizzo di nomi e marchi, che identificano e caratterizzano il prodotto, non solo dal punto di vista del marketing ma dal punto di vista prestazionale e dal punto di vista della sua sostenibilità.

PREZZO

Il prezzo delle fibre man-made dipende essenzialmente dalle tecnologie disponibili e dal prezzo del barile di petrolio.

fonte: Textile Exchange - Preferred fiber & materials market report

Il poliestere ha superato il cotone come fibra tessile più usata al mondo nel 2001: il consumo di fibre è più che triplicato negli ultimi decenni, ma l’incremento nel consumo di fibre chimiche è stato molto più alto dell’incremento nel consumo di fibre naturali.

LA CRISTALLINITA’

E’ la libertà di movimento delle macromolecole dentro l’aggregato, libertà che dipende sia dalla struttura chimica che dalle forse intra-molecolari presenti oltre che dalla temperatura. I materiali si deformano e si adattano alle sollecitazioni esterne. Alcuni materiali ritornano allo stato iniziale: sono i materiali gommosi. Altri permangono nella deformazione: sono i materiali viscosi. Altri ancora recuperano solo una parte della deformazione: sono i materiali visco-elastici. Dalla cristallinità dipendono molte delle caratteristiche meccaniche dei polimeri. La cristallinità favorisce tenacità, rigidità e stabilità termica ma sfavorisce allungamento, flessibilità, filabilità e tingibilità. In estrema sintesi la cristallinità rende un materiale resistente ma fragile.

LE FIBRE ARTIFICIALI

Si iniziò a produrle alla fine dell’800, partendo dalla ricerca della “seta artificiale”, ma il loro boom si ebbe a partire dagli anni ’30.
Tutte raggruppate sotto la denominazione comune di rayon, hanno migliori caratteristiche estetiche e funzionali rispetto a quelle naturali, leggere, resistenti, regolari, lucenti, flessibili, non temono tarme e muffe ed assorbono bene il colore. Sono però meno resistenti delle fibre naturali, così come si usurano e si deformano di più.

Fibre Cellulosiche

si ottengono dalla cellulosa del legno o dei linter del cotone, vengono rese vischiose e sciolte attraverso solventi chimici e successivamente estruse. La cellulosa è costituita da polimeri di glucosio ma non è assimilabile e quindi non è disponibile come fonte di energia, se non negli erbivori: Viene chiamata anche fibra alimentare, per definizione resistente alla digestione.

Viscosa: la fibra artificiale di maggior successo, molto versatile, lucente, traspirante e igroscopica, si deforma con facilità, non è termoplastica e brucia facilmente.
Può essere opacizzata (e spesso lo è) per aver maggiore somiglianza alle fibre naturali.
A parità di lucentezza, in fiocco è simile al cotone, in filamento è più simile alla seta.

Bambù
: fibra derivata dalla lignina dell'omonima pianta, arbusto poco assetato di acqua che assorbe anidride carbonica e contrasta l'inquinamento.
Il processo produttivo è in pratica quello della viscosa, alla quale somiglia molto: piacevole al tatto, morbida, coibente, igroscopica e traspirante, è inoltre anti-batterica.

Cupro: viene tratto dai linter del cotone, le fibre che ne avvolgono il seme. Fibra sottile e lucente, simile alla seta, si produce in fiocco o filo continuo. Bemberg vi dice qualcosa? Inizialmente la produzione del cupro era molto inquinante, per il notevole utilizzo e rilascio di solventi, attualmente l'impatto è molto minore. Vedi foto sotto:

Modal: è un rayon prodotto dalla cellulosa di faggio, fibra stabile e resistente, dall’ottima resa coloristica. Conferisce maggiore morbidezza e prestazioni al cotone se usata in mischia con lo stesso. Insieme al lyocel viene commercializzato dalla Lenzing con il marchio Tencel ®

Crabyon: fibra derivante dalla miscela di viscosa e chitosano. Il chitosano è un derivato della chitina, composto di origine naturale che si ottiene dalla frantumazione del carapace di granchi e altri crostacei (da scarti alimentari o scarti di lavorazione). Simile al cotone, altamente anti-batterica, anallergica, traspirante, igroscopica, confortevole e biodegradabile. Ottima quindi per capi a contatto con la pelle e negli usi medicali.

Acetato: ricavato chimicamente dalla cellulosa disciolta in acetone. Fibra continua sottile, lucente e morbida, con buone proprietà di traspirabilità, igroscopicità e a antistaticità. Non più relegato all'ambito delle fodere, ora è utilizzato in ambito fashion e lingerie. Vedi foto sotto.

Polinosico: particolare tipo di rayon modificato. Si differenzia dai tipi tradizionali per una maggiore stabilità dimensionale a umido e maggiore resistenza ai lavaggi casalinghi. Vicina, come caratteristiche, alle fibre vegetali. E’ una fibra fragile: può rompersi facilmente durante alcune lavorazioni tessili e può fibrillare all'usura e ai lavaggi ripetuti. Viene usato soprattutto in mista.


Lyocell
: derivato dalla cellulosa di eucalipto, simile alla viscosa, a basso impatto ambientale, più conosciuto con il marchio Tencel ® del suo maggior produttore, l’austriaca Lenzing, che ne certifica la produzione con un impatto ambientale particolarmente basso.

Fibre Alginiche: fibra alginica originata da alghe marine e processo produttivo simile a quello della viscosa, con alta tenacità a secco, si scioglie con facilità in bagni alcalini: usata spesso in mischia nei tessuti devorè.

Fibre Elastodieniche: gomma (alternativa all’elastan, utilizzata raramente)

Fibre da Biomassa: le cosiddette fibre bio-based, derivate da materiali di scarto dell’industria agro-alimentare o di altri settori. Parliamo di pelli vegetali come Piňatex® (dallo scarto dell’ananas), Pellemela® (dallo scarto dei succhi di frutta e Vegea® (dallo scarto delle produzioni vinicole), Orange Fiber® (dal residuo della lavorazione delle arance, fibra simile all’acetato), Newcell Fiber® (dal riciclo della cellulosa recuperata e trasformata, senza l’utilizzo di solventi chimici), Seacell® (dalle alghe marine dei fiordi svedesi, prelevando dalla pianta solo la parte che si rigenera, fibra lavorata dalla Lenzing, biodegradabile e compostabile)

Fibre Proteiche

Le proteine sono macromolecole costituite da centinaia di monomeri chiamati amminoacidi

Caseina: di origine animale, dalla caseina del latte – penso al Lanital – l’interesse verso queste fibre si è recentemente risvegliato, in relazione alla maggiore sensibilità verso l’ambiente e con il progresso tecnologico che ha reso meno impattanti i processi produttivi

Mais (Cornleaf®): filato biodegradabile derivante dalla polimerizzazione del PLA (Poly Lactic Acid - acido polilattico) ottenuto dalla fermentazione dell’amido di mais, prodotto da Radici, tinto in massa, isolante, batteriostatico, confortevole, morbido, elastico e duraturo, con utilizzi trasversali eco-compatibili

Soia: di origine vegetale, dagli scarti alimentari della soia. Coltivazione benefica, fibra biodegradabile che viene chiamata anche “cashmere vegetale” per la sua morbidezza

Fibre Minerali

Sono le cosiddette MMMF (Man Made Mineral Fibers), ottenute da sostanze minerali per fusione e successiva estrusione. Molto performanti, spesso utilizzate in ambito tecnico e industriale e se in forma di filo continuo anche in ambito tessile. Tra le loro caratteristiche: sono resistenti al calore e all’usura, isolanti, leggere, plastiche, flessibili, non degradabili e antibatteriche.

da amianto: amianto, asbesto (sempre meno utilizzate in quanto nocive per la salute, sostituite da nuove fibre dalle stesse caratteristiche ma non nocive e sostenibili)

da laminati e trafilati: oro, argento, rame, alluminio. La storia dei fili d’oro e d’argento è molto antica, utilizzati per tessuti preziosi già nel medioevo. Originariamente prodotti avvolgendo la fibra preziosa opportunamente laminata e preparata intorno a una fibra tessile naturale, attualmente i fili metallici vengono prodotti rivestendo un filo di alluminio con acetato trasparente che viene successivamente colorato ad imitazione di oro, argento e rame.

Il Lurex ®, si ottiene invece facendo condensare vapori di alluminio su fogli di poliestere successivamente trasformati in filo. Il filato ottenuto viene poi tinto nei colori oro, argento e rame. Esiste in forma di piattina, di nastro o accoppiato ad altre fibre, utilizzato nei ricami, nei tessuti a navetta e a maglia, nell’abbigliamento e nell’arredamento (vedi fibre sintetiche).

da silicati: fibra di vetro, utilizzata nell’ambito dei materiali compositi, associata quindi a materiali di sintesi in vari ambiti di utilizzo. La fibra di vetro è sottilissima e flessibile, può essere in filo continuo o in fibre corte, non è fragile come potrebbe sembrare, anzi è decisamente resistente e resiliente, per utilizzi tecnici in ambiti soprattutto diversi dal tessile: basti pensare agli scafi delle barche…

da carbonio: fibra di carbonio: fibra innovativa costituita da carbonio purissimo o grafite, filamenti sottilissimi, alta resistenza alla trazione, leggerissima, isolante e molto resistente al calore, antistatica e antimagnetica. Le proprietà sono simili a quelle dell’asbesto che però è nocivo per la salute.

Se si parla di un foglio monoatomico di grafite ci si riferisce al grafene, il materiale più sottile del mondo (200mila volte più sottile di un capello umano), ottenuto grazie alla nano-tecnologie, scoperto nel 2004, sostenibile, deformabile, grande conduttore di calore ed elettricità, stabile, impermeabile ai gas. Viene utilizzato negli “smart textiles” per trasferire dati e calore tramite l’energia elettrica: questi tessuti hanno anche grandi proprietà antistatiche, antibatteriche e termoregolatrici.

LE FIBRE SINTETICHE

Sintetizzate attraverso la reazione chimica di polimerizzazione da composti organici derivati dal petrolio. Il loro grande sviluppo si è avuto a partire dagli anni ’50, togliendo spazio alle fibre naturali.

Hanno migliori caratteristiche meccaniche delle fibre naturali, più tenaci, si usurano meno, non si degradano con gli agenti atmosferici, non temono muffe e tarme, non si stropicciano, sono isolanti e ben tingibili.

Non sono però biodegradabili, derivano da fonti non rinnovabili e il loro processo produttivo tradizionale è ad alto impatto ambientale a causa delle fonti della materia prima, dello smaltimento a fine vita dei prodotti, dell’utilizzo di acqua e di energia, delle emissioni di anidride carbonica. Non si tratta di prodotti ipoallergenici e si disperdono nell’ambiente sotto forma di microplastiche alla normale manutenzione.

Performance, praticità e semplicità di manutenzione hanno facilitato il loro sviluppo costante, aiutato dallo sviluppo della microfibra a partire dagli anni ’80...basti pensare al pile…

Così come le materie plastiche, sono termoplastiche se possono essere "rammollite" e modellate a caldo più volte, sono termoindurenti se una volta "rammollite" e modellate a caldo perdono definitivamente la plasticità.

Acrilico o Poliacrilico: sintetizzato nel 1940, immesso sul mercato nel 1948 con il nome commerciale di Orlon, fibra elastica, morbida, leggera, luminosa, duttile, stabile dimensionalmente, non assorbe l’umidità ed è elettrostatica. Molto utilizzata in mischia con la lana: il filato viene prodotto normalmente in fiocco. Una sia variante è la fibra modacrilica. Non è biodegradabile.
Penso anche al Leacril di quando eravamo bambini, che negli anni '60 e '70 aveva soppiantato la lana...

Clorofibra (polivinilcloruro o PVC): normalmente utilizzata per trattare indumenti antipioggia, attraverso spalmatura. Buona resistenza meccanica e chimica, isolante ma elettrostatica, elastica. Ha bassa resistenza al calore: non sopporta stiratura e trattamenti con acqua bollente: deve essere stirata a bassa temperatura, non sopporta il lavaggio a secco. Non è biodegradabile.

Elastan: fibra poliuretanica elastomerica, la cui commercializzazione è iniziata nel 1962, prodotta solo in filamento continuo, conosciuta soprattutto con i marchi commerciali Lycra® (Spandex ® in Nord America e Australia), Dorlastan ®, Roica ®, Creora ®. Ha punto di fusione molto più basso del poliestere e ciò comporta la maggiore attenzione alle temperature in fase di tintura e stampa. Utilizzata praticamente solo in mischia con altre fibre per elasticizzare i tessuti. La produzione di elastan fa largo uso di sostanze chimiche, di acqua e di energia. Non è biodegradabile e la fibra elastan limita la biodegradabilità dei capi che la contengono.

Fibre aramidiche: ottenute dalla lavorazione di petrolio o gas naturale, sono delle poliammidi aromatiche, introdotte negli anni ’70 nel mercato, conosciute con i nomi commerciali di Kevlar ® e Nomex ®. Hanno caratteristiche precise per usi e prestazioni specifiche: leggere ma con grande resistenza alla trazione (il kevlar ® è 5 volte più resistente dell'acciaio e del vetro alla trazione), al calore e alla fiamma, agli agenti chimici e al taglio, isolanti e coibenti, protezione da arco elettrico, sufficientemente morbide e confortevoli.

Utilizzate per tute da racing, divise Vigili del Fuoco, divise militari e tute da lavoro in condizioni estreme. Non sono biodegradabili.

Fluorofibre: fibre dette PTFE (politetrafluoroetilene), appartenenti al gruppo dei PFC (polifluorocarburi), conosciuta con il nome commerciale di Teflon ®, dagli utilizzi ora soprattutto industriali.


Inizialmente di questo gruppo faceva parte anche la celeberrima membrana micro-porosa Goretex ®, impermeabile e traspirante: da anni azienda ha eliminato i PFC dalle sue membrane, uscendo quindi da questo gruppo di fibre diciamo così "chiacchierate".

Policloroprene o Neoprene: Neoprene è il nome commerciale della gomma sintetica policloroprene, la prima gomma sintetica prodotta a larga scala. Detto anche Scuba (acronimo di Self Contained Underwater Breathing Apparatus), nasce dalla polimerizzazione del cloro e del butadiene, si presenta come una gomma porosa e flessibile, di struttura quasi spugnosa, la cui massa è costituita da  micro-cellule gassose uniformemente distribuite che intrappolano l'aria.

Le principali caratteristiche sono elasticità, protezione termica, comprimibilità, resistenza al taglio e allo schiacciamento, indemagliabilità, resistenza all'invecchiamento atmosferico, all’acqua (è impermeabile) e al calore, morbidezza. Risulta essere inerte verso molti agenti chimici, oli e solventi, ma non è traspirante. Trova importanti applicazioni nel campo dell'industria e degli indumenti…il passo dalle mute da sub allo streetwear e al pret a porter è stato breve…Non è biodegradabile.

Poliammidica (nylon): la prima fibra sintetica, nata nel 1938 nei laboratori della Dupont. Il nome nylon deriva dalle iniziali delle città New York e LONdra. Rivoluzionò il tessile (penso alle calze di nylon) e non solo (penso ai paracadute). In Italia la produzione ebbe inizio nel 1956. Fibra molto resistente alla trazione e all’usura, leggera, stabile dimensionalmente, di rapida asciugatura e non necessita di stiro. Beachwear (elasticizzato), sportswear, intimo e accessori, paracadute, ombrelli, reti da pesca…Il nylon trilobato ha sezione triangolare ed è quindi più lucente, coprente e isolante. Non è biodegradabile.

Poliestere: la fibra sintetica più diffusa e la più diffusa in assoluto tra le fibre. Immesso sul mercato nel 1948 con il nome di Terylene, la sua produzione in Italia ebbe inizio nel 1953 con il nome di Terital. Grande resistenza all’abrasione, alle pieghe e al calore, impermeabile, stabile anche dimensionalmente, ingualcibile. Le pieghe del poliestere, se realizzate a caldo, si fissano: la fibra si adatta alla plissettatura a caldo ma al contempo soffre le pieghe a caldo in lavorazione. Si tinge con coloranti appositi: i dispersi. Si produce in filamento o in fiocco o anche in microbave dalle migliori performance di traspirabilità e impermeabilità. Il pile, tanto diffuso, è realizzato in poliestere o microfibra poliestere. Non è biodegradabile.

Polipropilene: commercializzato in fiocco con il nome di Meraklon (e con questo nome più spesso conosciuto) o in forma di filo continuo con il nome di Neofil. E' la più giovane delle fibre sintetiche e la fibra più leggera che esista, nata dalle ricerche di G. Natta, può essere tinto in pasta e testurizzato (crettato, arricciato). Morbida, lanosa, traspirante, ottimo isolante, non assorbe umidità, antistatica. Utilizzata nell’intimo sportivo e spesso in mischia con altre fibre. Il popiprolipene è stato utilizzato anche in forma di resina sintetica (non filato) con il famoso nome di Moplen. Ha un impatto ambientale minore di altre fibre sintetiche ma non è biodegradabile.

Polietilene (o politene): una delle resine plastiche più economiche, termoplastica, può avere varie densità ed è quindi versatile soprattutto nell’uso industriale: impermeabilizzazioni, film estensibili e pluriball, rivestimenti, flaconi, tappi, tubi, mobili da giardino e reti…In ambito tessile è conosciuto il nome commerciale Tyvek ® by Dupont, fibra con la quale si realizza un tessuto non tessuto "effetto carta" leggero ma tenace, resistente agli strappi, idrorepellente e traspirante, anti-batterico, riciclabile e ben stampabile. Non è una fibra biodegradabile.

Poliuretano: è l’elemento costitutivo delle fibre di elastan, viene utilizzato anche per trattare abiti antipioggia. In mischia con il poliestere dà origine all’Alcantara ®. Non è biodegradabile.


CARATTERISTICHE FISICO-MECCANICHE

Lunghezza: le fibre man-made sono tipicamente continue, derivando da estrusione. Sono discontinue nel caso vengano tagliate in fiocco.

Finezza: dipende dalla diversa sezione del foro di estrusione. Il valore è espresso in dTex (decitex) ed è più regolare rispetto alle fibre naturali. Anche nel caso delle fibre man-made la finezza influisce su pienezza, drappeggio, brillantezza, mano del tessuto…e prezzo.

Densità e peso specifico: espressa in gr/cm³. Una fibra leggera e voluminosa corrisponde a un valore basso di densità. Alcuni esempi: polietilene 0,92 – nylon 1,14 – acetato 1,32 – viscosa 1,52 – fibra di vetro 2,54.

Lucentezza: essendo più uniformi, la rifrazione della luce è migliore e le tecnofibre sono normalmente più lucide delle fibre naturali. Non di rado le tecnofibre vengono opacizzate per renderle più simili da questo punto di vista alle fibre naturali.

Mano: il concetto di “mano” è un concetto che tiene conto di vari elementi: luminosità, tatto, sensazione di pienezza, sofficità e liscio nel tenere il tessuto tra il pollice e le altre dita, flessione, sensazione allo scorrimento sul tessuto e al suo maneggio, adattabilità e comfort all’uso, caduta e drappeggio…Mano sostenuta se la fibra risulta rigida e poco soffice, mano lenta se è morbida ed elastica alla pressione. Lo stesso avviene per il filo e il tessuto che dalla fibra derivano.

Tenacità: favorita da strutture altamente cristalline, è abbinata al carico di rottura ed esprime la resistenza massima della fibra. La tenacità è legata all’allungamento e si misura con un dinamometro. I rayon hanno normalmente tenacità più bassa delle fibre sintetiche (e anche di quelle naturali). Alcuni esempi di tenacità/allungamento: acetato 1,5/25 – viscosa 2,2/20 – acrilico 3/35 – poliestere 4,8/28 – poliammide 5/30 – polipropilene 6/20 – poliuretano elastomerico 0,8/600

Elasticità: è la proprietà di tendersi e di recuperare la lunghezza originale dopo la rimozione della sollecitazione. Una fibra è elastica se recupera meglio un allungamento subito. L’allungamento totale è composto dall’allungamento elastico (reversibile, che si recupera) e da quello permanente (che non si recupera). Superato il limite, la fibra si snerva.

Resilienza: è la capacità di un materiale di riprendere il proprio spessore dopo essere stato sottoposto a compressione e schiacciamento. Si ottiene valutando il tasso di ripresa % della piega di un tessuto realizzato con la fibra in esame. Ad esempio: 100% per l’elastan, 80% per il poliestere, 70% per il poliammide, 50% per l’acrilico, 40% per l’acetato, 30% per la viscosa. Riferimenti di resilienza nell’ambito delle fibre naturali sono lana (65%), seta (45%), cotone (25%), lino (20%)

Igroscopicità: la capacità di assorbire vapore acque dall’ambiente: è la percentuale massima di umidità che la fibra può assorbire senza apparire bagnata. Le fibre artificiali sono più igroscopiche di quelle sintetiche e in particolare il poliestere ha una bassissima igroscopicità, dovuta alla sua grande cristallinità. La quantità di umidità presente nella fibra è fondamentale anche dal punto di vista commerciale, perché l’umidità aumenta il peso delle fibre e le stesse sono vendute a peso…

Il tasso di ripresa convenzionale è la quantità di vapore acqueo che un materiale tessile deve contenere in condizioni normali: viene fissato convenzionalmente per le varie fibre ed è espresso in % sul peso del materiale. Quindi peso a secco + tasso di ripresa convenzionale = peso mercantile, sulla base del quale avvengono le contrattazioni commerciali. Alcuni esempi: poliestere 1,5%, elastan 1,5%, acrilico 2%, poliammide filamento 5,75%, fibra aramidica 8%, acetato 9%, viscosa 13%.

Permeabilità all’aria e vapore acqueo: oltre che dalla fibra dipendono dallo spessore e dalla struttura stessa del tessuto. Pensiamo a filtri, tende, vele, paracadute, airbag, tessuti tecnici e funzionali. L’impermeabilità è nemica della porosità della fibra e della pressione, neoprene a parte. Del resto il la produzione del nylon si è sviluppata negli Usa durante la 2^ guerra mondiale per produrre i paracadute…

Comportamento al calore: come una fibra reagisce al calore. Le tecnofibre non bruciano ma prima si ammorbidiscono e poi si fondono.

Come per le fibre naturali, le caratteristiche ignifughe di una fibra tessile man-made sono indicate dal L.O.I. (Limiting Oxygen Index). Le fibre intrinsecamente autoestinguenti hanno un LOI superiore a 21 (21% è la quantità di ossigeno presente nell’aria).

Qualche esempio di L.O.I.: acetato 18, acrilico 19, viscosa 20, poliestere 22, poliammide 20. Un maggiore potere ignifugo si ottiene con i trattamenti FR (flame retardant, ora meno utilizzati in quanto generano sostanze non proprio ortodosse dal punto di vista dei fumi…).

Si producono invece fibre tessili sintetiche termoresistenti, che non perdono potere ignifugo al lavaggio e non producono fumi tossici. Ci sono fibre man-made caratterizzate da valori L.O.I. tra 28 e 31, che presentano quindi un comportamento “flame retardant”: conferiscono ai tessuti proprietà ignifughe permanenti, ritardando o di inibendo la fiamma. Con queste fibre modificate sono realizzati i tessili antifiamma più diffusi e sviluppati sul mercato perché, a proprietà di reazione al fuoco adeguate, uniscono costi e qualità tessili ed estetiche adatte alla maggior parte delle esigenze.

Ci sono poi fibre “resistenti al calore”, che hanno valori L.O.I.  30 – 50, come le fibre di carbonio e I composti con fibra di vetro, le fibre aramidiche come Kevlar e Nomex, le nuove fibre PAI, PBI e PBO. I prodotti tessili realizzati con queste fibre, nella combustione tendono a carbonizzare e non emettono gas infiammabili. Le materie prime per manufatti tecnici di questo tipo hanno costo elevato, richiedono poi particolari accorgimenti per la produzione e la trasformazione: di conseguenza il loro impiego, in crescita, è riservato a settori specifici disposti a pagare il prezzo di prestazioni superiori. Da notare che tra le fibre naturali, l’unica a poter essere considerata “ignifugo naturale” è la lana, con LOI di 25.

Tingibilità: la capacità di una fibra tessile di essere tinta. Dipende dalla cristallinità della fibra: più la fibra è cristallina meno risulta tingibile, così come risulta essere meno bagnabile e allungabile. Al contrario, una fibra meno cristallina risulta essere più tingibile, bagnabile e allungabile, ma meno tenace. Un compromesso tra le varie esigenze, per gli usi comuni, è inevitabile...

Stabilità dimensionale: capacità della fibra di mantenere le proprie dimensioni nell’ambiente e nell’uso. Anch’essa è inversamente proporzionale alla cristallinità della fibra e ai legami tra le molecole che la compongono. Le fibre sintetiche sono normalmente più stabili dimensionalmente di quelle artificiali e di quelle naturali.

CARATTERISTICHE FISIOLOGICHE

Allergenicità: è una caratteristica fisiologica e soggettiva. Le fibre naturali sono sicuramente più ipoallergeniche di quelle artificiali e sintetiche: creano meno problemi di allergie e irritazioni al contatto con la pelle. Naturalmente c’entrano poi coloranti, finissaggi e appretti, per cui non è detto che l’ipoallergenicità della fibra venga mantenuta, soprattutto nel caso dei tessuti funzionali…

Senso di caldo-fresco: altra caratteristica fisiologica e soggettiva. Dipende dalla coibenza della fibra e da fattori strutturali del tessuto. Pensando alla crettatura delle fibre naturali, la testurizzazione delle fibre sintetiche (la loro arricciatura) ha l’obiettivo di rendere le fibre meno lineari, quindi di conferire maggiore potere coibente.

Vestibilità: fa sempre parte delle caratteristiche fisiologiche e non è oggettiva: varia da persona a persona e dipende non solo dalla fibra ma dalla struttura chimica, da quella meccanica e dallo stesso tessimento.

TECNOFIBRE E SENSIBILITA’ AMBIENTALE

La ricerca di maggiore sostenibilità ambientale delle tecnofibre in un’ottica di circolarità si sta muovendo:

utilizzando materiali da riciclo, come il PET delle bottiglie di plastica per produrre poliestere riciclato o il riciclo delle reti da pesca per produrre nylon riciclato

migliorando le tecnologie di riciclo pre e post consumer

diminuendo i consumi di acqua e di energia

certificando i processi produttivi

introducendo nuove fibre bio-based in sostituzione delle tradizionali fibre artificiali e sintetiche,

Sono state realizzate nuove fibre, certificate, che a parità di performance sono più sostenibili e/o biodegradabili di quelle tradizionali, con i marchi Roica ®, Lycra ®, Sensitive ® Fabrics (famiglia di tessuti innovativi e performanti, ma sostenibili, prodotti su base nylon e poliestere da Eurojersey), Dryarn ® (da polipropilene), Drytex ® (da poliestere), Econyl ® (da nylon, sempre più diffuso e applicato), Minervpha ™ (dalla fermentazione dello zucchero), EVO ® (poliammide dai semi di ricino), Heat ® (da nylon e fondi di caffè), BionicYarn® (polietilene ad alta densià dai rifiuti marini), Amni Soul Eco ® (poliammide migliorato, bio-compatibile e decomponibile), Sorona ® (fibra di poliestere "biosintetica" formata da PTT, polimero ottenuto dalla fermentazione del glucosio e dai semi di mais. Il 37% del polimero è ottenuto utilizzando ingredienti vegetali da fonti rinnovabili).

Sono le fibre man-made che nascono dalla nuova e crescente sensibilità verso il tema della sostenibilità ambientale della nostra filiera.

E adesso la domanda a cui ogni lettore chiede una risposta: perché un articolo così lungo?💭

La risposta è: ho preferito una visione d’insieme sull’argomento “tecnofibre”, senza entrare in tecnicismi per i quali ci sono libri interi di approfondimento…😅

Vi assicuro che non è stato facile affrontare sinteticamente questo interessantissimo soggetto cercando di essere, nei limiti del possibile, preciso…quindi grazie per la pazienza!🙏


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