DEADSTOCK

Oggi parlo dei corsi e ricorsi nella filiera tessile.


Mi riferisco a quei beni che vengono ritrovati e valorizzati, ai tessuti di qualità che hanno avuto una prima vita ai quali viene data una seconda vita, dopo essere stati provvisoriamente immagazzinati negli stabilimenti di produzione, essendo stati prodotti in eccedenza, non venduti e non essendo utilizzabili per il loro scopo originale. Parlo dei cosiddetti deadstock.

Mi ricollego alla qualità, al valore, all’heritage, alla creatività, all’esperienza, alla professionalità che stanno dietro la creazione di un tessuto.

Perché non solo i capi di abbigliamento ma anche i tessuti vengono creati: affermazione scontata per chi è del settore ma non così ovvia per il consumatore, abituato a considerare il tessuto come una parte, non determinante, della proposta fashion contenuta nel capo.

Come ho avuto modo di dire parlando di heritage, un tessuto è un patrimonio da valorizzare: in un tessuto ci sono la testa ma anche le mani e l’esperienza di chi lo ha creato. Un tessuto è fonte di curiosità, di ricerca, di rielaborazione e ci può differenziare dai competitor.

Un tessuto, un pellame o un accessorio tessile come un bottone o una cerniera vengono spesso prodotti in quantità superiore al venduto e immagazzinati all’origine oppure vengono immagazzinati dal confezionista in quanto acquistati in quantità superiore al fabbisogno.

Infatti, da un lato il produttore può “mettere a magazzino” del materiale che poi si rivelerà essere non immediatamente appetibile per il mercato, dall’altro l’acquirente per evitare rischi nell’approvvigionamento ordina al fornitore una quantità lievemente superiore al fabbisogno reale, per poter far fronte a rischi nell’approvvigionamento, in termini di tempo necessario per una nuova consegna di un riordino o in termini di difettosità del tessuto consegnato o del capo finito confezionato.

Un ordine di tessuto, infatti, considera una percentuale “in più” o “di riserva” rispetto al reale fabbisogno del 10% indicativamente. Si generano quindi spesso delle scorte con una frequenza tale da non consentire la loro valorizzazione, anzi spesso si assiste alla precoce svalutazione dei magazzini di tessuti e accessori.

In un’ottica di sostenibilità ambientale della filiera, il recupero del materiale tessile cioè la seconda vita del tessuto, del filato, del pellame o dell’accessorio assume un’importanza strategica e comunicativa rilevante: cosa c’è di più sostenibile dell’utilizzo di un tessuto già prodotto e che quindi non genera un nuovo impatto produttivo ed essendo riutilizzato non genera un impatto nemmeno a livello di smaltimento?

D’altro canto la stessa esistenza di questo tipo di tessuti, più sostenibili del corrispondente tessuto “vergine”, può essere ricondotta a un modello di business lineare non più sostenibile, basato su eccessiva produzione e consumo e sulla conseguente generazione di una incredibile quantità non solo di capi ma anche di rifiuti tessili, che non mi risulta debbano essere dichiarati a norma di legge da parte di chi li produce. Esistono però i bilanci di sostenibilità volontari che le aziende innovative stanno adottando e anche la commissione europea ha in programma di intervenire in questa direzione.

Questo per dire che la risposta alla domanda che ci siamo posti non è quindi così scontata come sembrerebbe in prima battuta…

Parlando di deadstock, ci si riferisce a ciò che tecnicamente viene definito pre-consumer, cioè ai materiali che vengono riutilizzati prima della loro confezione e non ai materiali che vengono riciclati dopo il consumo (post-consumer), oggetto questi ultimi delle più diffuse certificazioni tessili.

La filiera tessile-moda produce tanti scarti di tessuti e accessori. E gli scarti sono in crescita. Ciò è dovuto:

-        alla sovrapproduzione, accentuata dal fast fashion per quanto riguarda i materiali di qualità non elevata, pertanto alle eccedenze produttive

-        agli scarti di tessuto in taglio e confezione sia pur mitigato dall’utilizzo delle nuove tecnologie

-        alla progettazione di capi “patch”, problematici non solo nella realizzazione ma anche nell’approvvigionamento dei materiali e nel successivo eventuale riciclo degli stessi. Tali capi hanno spesso composizioni complesse e contengono parti di capo difficilmente separabili e differenziabili: sono progettati in un’ottica contrapposta all’eco-design.

Per inquadrare il problema dei rifiuti e degli scarti tessili riprendo qualche dato dal precedente articolo sulla sostenibilità. Sono dati provenienti dalla Commissione Europea e dal report “L’Italia del riciclo 2021”:

-        in EU ogni cittadino consuma circa 26 kg. di prodotti tessili e produce circa 11 kg. di rifiuti tessili all’anno

-        l’87% dei capi dismessi in EU vengono conferiti in discarica o inceneriti

-        gli acquisti di tessili nell’EU hanno generato nel 2017 circa 650 kg. di CO² per persone

-        dal ’96 a oggi la quantità di capi acquistati in EU è aumentata del 40%, riducendo sensibilmente il ciclo di vita dei prodotti tessili

-        a livello mondiale, meno dell’1% dell’abbigliamento viene riciclato

-        il settore tessile italiano ha prodotto nel 2019 circa 480.000 tonnellate di “rifiuti”, circa la metà proviene dall’industria tessile e circa il 30% dalla raccolta urbana

-        Gli scarti in Italia sono in rapido aumento a causa del costante sviluppo del fast fashion e grazie alla maggiore capacità di “intercettare” i rifiuti tessili

-        Gli scarti tessili italiani sono avviati a recupero nel 46% dei casi, destinati ad attività intermedie (pretrattamento e stoccaggio) nel 43% dei casi e nel 11% dei casi vengono smaltiti.

😔Detto questo abbiamo messo a fuoco le dimensioni dell'impronta ambientale della filiera tessile-moda: in Italia stiamo migliorando ma c’è ancora tanta strada da percorrere nella filiera della gestione dei rifiuti pre e post-consumer, per arrivare a trasformare un problema della filiera attuale in un’opportunità di business sostenibile, che generi utili e lavoro. Una volta si chiamava programmazione industriale…

In un’ottica di maggiore sostenibilità ambientale della filiera, gli scarti tessili o meglio le eccedenze prodotte e immagazzinate, dette deadstock, vengono incorporate in nuovi capi o utilizzate in toto nella creazione degli stessi, dando vita a un circuito parallelo rispetto a quello del tessuto cosiddetto “vergine”.

Diversi brand del lusso si stanno affacciando in quest’ottica a questo mercato e a questo approccio, anche attraverso piattaforme appositamente create a livello di gruppo presso le quali conferire e acquistare deadstock. Rimettere in circolo gli “scarti” è diventato interessante anche per loro: non può però essere l’unica iniziativa in ottica di sostenibilità attuata da un brand.

Non si tratta quindi di tessuti “morti” come la loro stessa definizione indicherebbe.

L’ottica sostenibile è estremamente attuale. La chiarezza e la trasparenza sono tuttavia fondamentali: è necessario essere a conoscenza dell’origine del materiale e verificare che il materiale stesso sia davvero “di scarto”, intendo dire di stock pre-consumer e non appositamente prodotto per entrare nel circuito, con evidenti obiettivi di pura comunicazione, falsamente “green”.

La tracciabilità e le certificazioni relative al deadstock hanno iniziato a farsi strada: sono nati anche dei cartellini che identificano, con relativa garanzia di tracciamento, i tessuti e gli accessori di questo tipo, con l’obiettivo di valorizzarli e comunicare correttamente il loro effettivo contenuto sostenibile, evitando il greenwashing.

Un esempio lodevole in questo senso è il marchio Relivetex® by Maeba International, azienda trevigiana che si è specializzata in questo business model innovativo ma che ha radici ben piantate nella filiera tessile, creando nel 2020 il marchio Relivetex® a tutela dei clienti che volevano comunicare, differenziandosi, l’utilizzo di un tessuto sostenibile ottenuto da filiera certificata e tracciata.

Così come la digitalizzazione e i social network, anche il mercato deadstock va nella direzione di una democratizzazione della moda.

Giovani designer e piccoli brand hanno la possibilità di attingere a collezioni di pregio tramite l’attività di chi si è specializzato in questo tipo di mercato, selezionando i prodotti presso qualificati produttori, immagazzinandoli e rivendendoli a chi non può sopportare i minimi produttivi abbinati a una fascia prezzo elevata. E ciò non solo sul “pronto” ma anche e soprattutto sul campionario, seasonless o stagionale che sia.

Si abbassano le barriere di ingresso, in particolare per quanto riguarda giovani marchi nati con precisi intenti di sostenibilità ambientale e sociale, intenti che al momento vengono commercialmente premiati dal mercato.

La domanda di questo tipo di tessuti, filati, accessori è infatti in crescita, in particolare nel periodo post-pandemico: è cambiata la sensibilità dei consumatori e del mercato verso la sostenibilità. La conseguenza è che è cambiato anche il prezzo di questi prodotti nonostante la maggior concorrenza nel circuito. Questi tessuti, filati e accessori, necessitano a maggior ragione di essere tracciati e verificati con apposite soluzioni.

I prodotti da scarto pre-consumo, cioè i deadstock, sono quindi di tendenza sia in Europa sia negli Stati Uniti, ma la tutela dei consumatori e delle stesse aziende produttrici non può essere esente da controllo: il rischio è quello di acquistare un materiale pensandolo “buono” per noi e per il pianeta senza averne le dovute garanzie, cadendo nella trappola del greenwashing.

Vedo gli specialisti del settore deadstock come una la versione 4.0 di quelli che una volta erano i grossisti, prima che fossero "superati" nei decenni scorsi dall’approvvigionamento diretto da parte dell’industria dell’abbigliamento.

Certo è che le funzioni di garanzia e di tracciabilità sono non solo importanti ma anche attualissime, abbinate alla tecnologia digitale e a un fondamentale presupposto di qualità. E in questo caso gli specialisti 4.0 possono fare la differenza: perché il tessuto bisogna anche toccarlo con mano e valutarlo. Non per nulla la strada del futuro è phygital, intesa come necessaria integrazione tra fisico e digitale.


Quando si parla di corsi e ricorsi…😀

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