BIAS
Nella nostra giornata “tipo”, ci troviamo a fare innumerevoli
scelte, comprese le scelte d’acquisto, che vengono condizionate
dall’esterno in vario modo.
Le nostre scelte sono però condizionate anche dall’interno: cioè il nostro comportamento e le nostre scelte sono condizionate dal funzionamento del nostro cervello.
Ecco il motivo per cui le scienze
comportamentali sono così importanti anche nel campo del marketing e dell’advertising,
con l’obiettivo di influenzare le nostre scelte.
Indubbiamente siamo in difficoltà di fronte alla quantità di scelte, commerciali e non, che dobbiamo fare ogni giorno: non disponiamo del tempo e dell’energia necessaria per soppesare meticolosamente ogni singola decisione e ricorriamo quindi a delle scorciatoie che semplificano e velocizzano i processi decisionali.
Queste scorciatoie sono basate su dei pregiudizi innati, positivi o negativi a seconda dei casi, che prendono il nome di Bias cognitivi o semplicemente Bias: rappresentano il modo in cui il nostro cervello distorce, di fatto, la realtà, portandoci qualche volta ad errori di valutazione.I bias condizionano infatti il nostro comportamento e il business
pubblicitario che si impegna ad indirizzarlo.
I Bias sono stati verificati e confermati sul campo
attraverso numerosi esperimenti in ambito economico.
I risultati di tali esperimenti vengono tuttavia applicati
solo sporadicamente dal marketing e dall’advertising.
Una motivazione di fondo può essere che gli investitori pubblicitari chiedono direttamente ai consumatori quali sono le loro motivazioni d’acquisto: questo approccio parrebbe logico, ma le dichiarazioni dei consumatori non sono i loro comportamenti.
Le dichiarazioni non sono allineate ai comportamenti e ben pochi consumatori sono disposti ad ammettere che il loro comportamento è influenzato da elementi che sembrerebbero logicamente non rilevanti: pensiamo, ad esempio, all’effetto placebo.
Quindi
viva gli esperimenti e abbasso i sondaggi: non fidiamoci delle
dichiarazioni, nemmeno di quelle dei consumatori.
Ho elencato qui di seguito una piccola collezione di Bias
che vorrei condividere, lungi dal pensare che si tratti di un elenco esaustivo:
i bias riconosciuti, di vario tipo, sono infatti nell’ordine delle centinaia...
La tendenza, leggendoli, può essere quella di riconoscerli e
pensare “ah sì, naturale, l’ho applicato anch’io…che novità…ovvio”: spesso
subiamo questi condizionamenti in tutto o in parte, consciamente o inconsciamente, li applichiamo nella nostra
attività e nella nostra vita senza conoscerne la reale portata, senza quindi inquadrarli. Nonostante l’apparenza non sono così ovvii o
scontati.🙏
Personalità e contesto: è la situazione e non la persona e determinare un comportamento. Abbiamo la tendenza a sovrastimare l’importanza della personalità e a sottostimare l’importanza del contesto nello spiegare un comportamento: si attribuisce maggior valore alla presunta personalità di una persona che non alla situazione contingente.
Ci piace crederci campioni di razionalità: non siamo disponibili ad ammettere l’influenza di forze esterne sul nostro comportamento.
Ecco l’importanza di ricercare e
riconoscere non solo un pubblico-target ma un contesto-target: sono spesso i
fattori legati al contesto che prevalgono sulla personalità determinando un
comportamento. Penso a Amazon quando mi dice che “chi acquista questo prodotto
spesso acquista anche…”
Riprova sociale: facciamo qualcosa o ci interessiamo a qualcosa perché abbiamo visto altre persone farlo. Quasi nessuno ammette questo comportamento, quindi formalmente la riprova sociale non esiste e di conseguenza viene sottoutilizzata.
Ma dichiarazioni e comportamenti dei consumatori non sono però allineati. David Ogilvy, famoso pubblicitario affermava che “i consumatori non pensano ciò che provano, non dicono ciò che pensano e non fanno ciò che dicono”.
Un leader di mercato gode della riprova sociale.
Non tutti però sono leader di mercato o così ampiamente popolari: per poter
sfruttare la riprova sociale e creare desiderabilità non è necessaria la
massima popolarità di un brand o di un prodotto ma è sufficiente crearne
l’illusione, magari con uno stratagemma: pensiamo al potere del colore
nell’identificare e rendere desiderabile un prodotto...
Riprova sociale negativa: è l’utilizzo improprio e involontario della riprova sociale. Si produce l’effetto opposto, quello negativo. Messaggi basati sulla riprova sociale negativa, che sottolineano cioè il comportamento indesiderato, sono destinati invece a promuoverlo. Quindi modificare un messaggio, rafforzandone la positività evitando di enfatizzare le negatività, lo rende efficace.
Ad esempio, può essere sufficiente utilizzare un
numero (grande in assoluto) di aderenti anziché una percentuale (piccola
rispetto al totale della popolazione) per convincere una persona ad aderire ad
una certa organizzazione o iniziativa…
Differenziazione: siamo programmati per notare ciò che si distingue…sembra un’ovvietà. E l’effetto è più pronunciato tra i giovani.
Tuttavia pochi brand vanno contro l’omologazione: penso, al proposito, come mai le modelle siano sempre imbronciate… Spesso si ritiene che il successo derivi dal fare ciò che gli altri già fanno in modo vincente: questo porta all’imitazione e all’omologazione.
La sintesi della differenziazione la ritrovo in questa frase di un famoso pubblicitario: “quando il mondo va da una parte, andate dalla parte opposta”.
Opzione ben difficilmente accettabile da un “titolare”, decisamente
più accettabile per un “imprenditore”.
Perchè non tutti i titolari sono imprenditori.
Abitudine: un comportamento praticamente automatico sviluppato dalle esperienze passate. Le abitudini sono legate al contesto, difficili da modificare a parità di condizioni e sono un problema per i brand: è difficile catturare l’attenzione di un cliente che si autolimita, vivendo un automatismo che è stato definito anche sleep shopping, quasi un sonnambulismo…
Le abitudini sono una sorta di pilota automatico nel nostro comportamento che con più probabilità viene disinserito in concomitanza con un c.d. life event, un cambiamento di vita.
Quindi è su un life event che ci si può concentrare, mirando sui consumatori in questa fase o comunque in un momento di più ampia riflessione, in cui hanno allentato la morsa e hanno maggiore attenzione alla valutazione e alla soluzione dei problemi.
Altro
approccio è evitare che le abitudini si consolidino, concentrando l’impegno
comunicativo nella fase antecedente.
Prezzo e sofferenza. Ben conosciamo il fatto che la carta di credito o le nuove tecnologie di pagamento riducono la sofferenza legata al pagamento.
Un ricordo positivo di acquisto, che riduce certamente il “dolore” del pagamento, si può indurre non solo con uno sconto ma con approccio innovativo al pagamento stesso, con buona pace della polemica sui pos…
Perché qualunque mezzo che ci allontani dalla tangibilità del denaro ci rende meno sensibili al prezzo e la nostra noncuranza aumenta.😏
Altro sistema, complementare, è il c.d. charm pricing, che consiste nel fissare prezzi che finiscono con 9, come ad esempio 39 di una camicia o 599 di uno smartphone. Si sfrutta l’effetto cifra di sinistra, generando un’immagine di convenienza.
Questo effetto viene amplificato dalla fretta con cui spesso si effettuano gli acquisti. E’ anche vero che questo sistema di fissare i prezzi viene abbandonato da un numero crescente di aziende, utilizzando invece cifre tonde, proprio per uscire dall’effetto “convenienza” e dare un’impressione di serietà e classe.
Altro metodo per ridurre la sofferenza
legata al pagamento sta nel modo di comunicarlo: più breve è l’orizzonte
temporale di riferimento più attraente appare l’offerta, perché un consumatore
tende a sopravvalutare la somma e a sottovalutare il periodo di riferimento. Di
conseguenza, a parità di prezzo, un esborso giornaliero appare più conveniente
di un esborso mensile e ancor più conveniente di un esborso annuo. Ecco perché
un certo prodotto costa ogni giorno “come un caffè”.
Desiderabilità sociale, anche attraverso l’utilizzo sistematico della menzogna per abbellire il nostro profilo e renderci desiderabili.
Ciò può avvenire consapevolmente o inconsapevolmente. Quanti, ad esempio, sono disposti ad ammettere che una decisione di acquisto dipende anche dalla musica in sottofondo o dal profumo dell’ambiente? Tipico esempio di quanto dichiarazioni e comportamenti siano disallineati.
Quindi non
bisogna chiedere alle persone ma osservarle.
Umore: indubbiamente l’umore positivo ci rende più
recettivi: siamo molto più disposti a recepire messaggi promozionali quando
siamo felici. 😂Quindi la persona giusta, sul dispositivo giusto e nel momento
giusto. Ad esempio, i siti web stanno sviluppando la capacità di misurare le
nostre emozioni in base al modo in cui muoviamo il mouse, quindi saranno in
grado di conoscere non solo cosa cerchiamo ma anche cosa proviamo…help!!
Relatività del prezzo. La nostra percezione del valore è relativa quanto la nostra percezione delle dimensioni.
Effetto della posizione seriale: è il vantaggio di chi arriva primo: del resto non si dice che “la prima impressione è quella che conta” o “chi primo arriva meglio si accomoda”?
Aspettativa: le aspettative su un prodotto ne influenzano la performance percepita.
Conferma. Si dubita delle motivazioni della controparte, interpretandole attraverso la lente distorcente della negatività. E’ ovviamente difficile ribaltare le opinioni negative.
Overconfidence: è l’eccesso di fiducia in se stessi. Ci si sente superiori alla media, tutti o quasi.💪
Wishful seeing: tendenza a vedere ciò che desideriamo vedere.
Contesto mediatico: la collocazione di un messaggio influisce sulla sua interpretazione, il contesto determina anche ciò che la nostra mente tende a vedere, siamo influenzati da segnali che derivano dal contesto in cui siamo immersi e l’autorevolezza del messaggio dipende dal contesto in cui è inserito.
Maledizione della conoscenza, cioè la difficoltà ad immaginare cosa voglia dire non conoscere qualcosa che noi, invece, conosciamo: chi crea la comunicazione dispone oggi di un'enorme mole di dati ma fatica a entrare in empatia con i consumatori. La progettazione dell’advertising può soffrire perché il brand manager che approva testi, immagini e musica non conosce e non vive l’esperienza del consumatore, la sua relazione con il brand è diversa: è necessario indossare i panni del consumatore ed entrare nella sua testa.
Perfezione del messaggio e persuasione del ricevente non sempre vanno a braccetto, anzi.
Effetto difetto: un piccolo difetto rende più attrattivo un marchio o una persona, umanizzandoli.
La maledizione del vincitore.
Il potere del gruppo: il pubblico non si fida di se stesso ma di qualcun altro. Pensiamo al pubblico di uno spettacolo…👫
Beni di Veblen: sono le merci più desiderabili all’aumentare del loro prezzo.
E’ interessante il fatto che investendo in comunicazione sui prodotti di fascia più alta, l’aura di qualità si irradia all’intero portafoglio prodotti: è la strategia attuata da primarie case automobilistiche, che investono quasi esclusivamente sul top di gamma.
Per quanto riguarda il nostro settore, penso alla politica di prezzo di primarie maison del lusso, che negli ultimi anni hanno aumentato in modo considerevole il prezzo dei loro prodotti in tutto il mondo, senza porsi alcun problema e senza aver influito con ciò sulla desiderabilità degli stessi.
Effetto party. La rilevanza personale è uno dei parametri che il nostro cervello utilizza per stabilire cosa meriti un’attenzione consapevole. E’ ciò che sperimentiamo in un party: sentire non vuol dire ascoltare. La personalizzazione attira l’attenzione: i banner pubblicitari sono personalizzati in base alla nostra precedente navigazione, ma sono anche sgradevoli! Cioè l’idea del “grande fratello” non ci piace…reazione eccessiva? Forse: una reazione eccessiva ha però sempre caratterizzato l’introduzione di nuovi media, l’avversione è destinata quindi ad attenuarsi. Poi la personalizzazione porta alla localizzazione, cioè alla personalizzazione territoriale e un messaggio localizzato attenua l’avversione: anzi la sensazione della richiesta individuale ci piace.
Scarsità. I beni tendono ad essere più desiderabili quanto più sono scarsi.
Il campionario dei bias riconosciuti è molto ampio, ce ne sono legati all’etnia, all’egocentrismo, alla coerenza, alla tendenza a trovare relazioni inesistenti tra dati casuali, al c.d. “senno di poi”, alla memoria, alle parole, alla suggestionabilità, allo status quo, al falso consenso, all’ottimismo, all’omissione…. insomma un argomento affascinante da approfondire!
E se non dovessimo ammetterli…. saremmo sulla strada buona perché
avremmo attivato il bias dell’overconfidence!
E l’aspetto etico?
😉I bias non ipnotizzano i consumatori ma sfruttano i loro innati pregiudizi aumentando la probabilità di produrre un effetto desiderato. L’efficacia della comunicazione viene aumentata tramite la conoscenza dei meccanismi e dei pregiudizi che influiscono sulle nostre scelte quotidiane. Siamo consapevoli di questi bias e anche se non li chiamiamo così, li riconosciamo sia come venditori che come consumatori: non c’è raggiro o problema etico nell’utilizzo di questo strumento.
E’ vero che si usano tecniche di persuasione diverse dalla logica, ma è anche vero che il tessile e la moda non sono soltanto logica e che la persuasione efficace impiega tre comportamenti: logos (ragione, logica), ethos (carattere) e pathos (emozione) già identificati da Aristotele più di duemila anni fa.
Il rischio è quello di demonizzare lo strumento, mentre tutto dipende dai valori comunicati e dal fine per il quale lo strumento viene utilizzato. Perchè il fine non giustifica i mezzi.😃
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