Immaginiamo una persona che acquista azioni in borsa per
rivenderle al più presto lucrando una differenza di prezzo: questo è il
concetto che sta dietro al fenomeno del reselling.
Consiste infatti nell’acquistare, normalmente online e
fulmineamente in fase di lancio, modelli di scarpe o abbigliamento proposti in
tiratura limitata o ultra-limitata da marchi conosciuti e iconici, per poi rivenderli a
prezzo maggiorato a chi non è riuscito ad entrarne in possesso in altro modo.
Il fenomeno è nato negli Stati Uniti e si è poi diffuso tra
le generazioni più giovani in Francia, Gran Bretagna e in Italia negli ultimisimi anni. Si è generato un business da 28 miliardi nel 2019 e si prevede possa
avere una crescita annua media intorno al 35-40% anche nei prossimi anni (fonte:
Zalando).
Non si tratta di un vero second-hand poiché il capo,
acquistato per essere rivenduto, non è stato utilizzato dal primo proprietario.
Tuttavia, come vedremo poi, la differenza tra i due fenomeni si è andata
assottigliando e spesso si parla, a mio parere non correttamente, di reselling e di second hand come di un unico
fenomeno. Allo stesso modo deve essere valutato il dato statistico.
Il fenomeno del reselling risponde ad una precisa regola del
marketing: una corsa all’acquisto di uno “status symbol”, quindi una corsa
all’accaparramento di un prodotto ricercato, viene innescata dalla tiratura
limitata di un capo sulla quale è incentrata la comunicazione, sulla sua scarsa
disponibilità e conseguente difficoltà di approvvigionamento. La sua
esclusività rende il capo più desiderabile.Questa regola del marketing si chiama hype:
è una strategia di che utilizza una scarsità artificiale dell'offerta per indurre un’aspettativa
e una domanda.
E’ una regola che vale per capi di alto livello ma anche e
soprattutto per capi di medio livello o capi low cost, purchè il marchio sia
conosciuto: basti pensare al caso Lidl® e alle sue introvabili sneakers –
economicissime e con i colori del marchio – a fine 2020: si è parlato di
resell-mania.
E’ proprio nel mercato delle “sneakers” che il fenomeno si è
maggiormente diffuso inizialmente, in particolare tra gli appartenenti alla Z
Generation. Ora il fenomeno si è allargato anche allo streetwear e riguarda
capi come T-shirt, felpe e agli accessori di conosciutissimi marchi come Adidas®,
Nike®, New Balance ®, Off-White ®, Supreme®, sfruttando appieno la funzione di
“appartenenza” che ha la moda, soprattutto per le giovani generazioni urbane. Noto
che non si tratta di marchi cosiddetti “premium”, appartenenti al mondo del
lusso, bensì di marchi molto noti ma di altra fascia di mercato.
Si tratta di un mondo. Un mondo di improvvisati giovani speculatori?
Un fenomeno già noto a troppi e quindi una bolla destinata a scoppiare? In
questo senso si tratta di un circolo vizioso che attecchisce in particolare sui
ragazzini. E quando la bolla scoppierà saranno in pochi ad essersi arricchiti
davvero. Del resto non serve essere esperti di scarpe o di moda per fare il
“reseller”.Come avviene anche nella finanza e in borsa, eventi esterni generano
forti oscillazioni di mercato, con tanto di previsioni di valore sul mercato
secondario di capi prossimi all’uscita, il tutto rilevabile sulle piattaforme
specializzate. In questo caso l’evento esterno può essere una serie Netflix® su
un personaggio famoso in un certo ambiente o l’opera di un influencer.
Dalla cultura e dalla passione per un prodotto "cult" si è passati ad un aspetto molto
più superficiale e legato ai guadagni.
Il reselling vero non è però questo, bensì una forma di
imprenditoria, fatta di appassionati, esperti, che cercano in tutto il mondo
prodotti esclusivi e li rivendono in modo legale, nei propri negozi o
piattaforme online, a collezionisti e amanti del genere. Del resto si tratta di una
pratica commerciale comune e frequente già nel mondo delle auto e degli orologi.
Dal punto di vista dei produttori, proprietari del marchio, risolvere il problema con
un aumento della quantità prodotta farebbe aumentare l’offerta e quindi
diminuire di gran lunga la desiderabilità e il prezzo. Sarebbe una scelta
contraria alla regola di partenza cui
ci si è affidati nell’immettere un prodotto sul mercato. Dai produttori viene reso comunque estremamente arduo l’acquisto a prezzi retail. In effetti l’acquisto dei capi,
oltre che negli store avviene soprattutto online tramite app gratuite proposte
dagli stessi produttori: ci si registra e l’assegnazione dei capi avviene
tramite un sistema di sorting, la cosiddetta draw.
.jpg)
A differenza di quanto avveniva inizialmente, quando solo
una piccola parte dei consumatori erano collezionisti o reseller, oggi tutti i
consumatori sono potenziali reseller, grazie ai social media e a marketplace
creati ad-hoc in un mercato digitalizzato. Gli stock limitati artificiosamente creati negli store hanno
generato un fiorente mercato online di alcuni prodotti, per i quali l’unica
possibilità di accaparramento è passare, anche attraverso un reseller, da
questo canale. E il canale online e soprattutto delle app è il più adatto al
target di riferimento, alle generazioni di riferimento.
Alcuni consumatori sono disposti a pagare cifre esorbitanti
per ottenere una sneaker o un capo in edizione limitata, sconfinando nel
cosiddetto parallel reselling, molto diffuso in Cina, grazie ai grandi
numeri del mercato interno, alla crescente disponibilità economica e propensione alla spesa, alla notevole attenzione ai
“marchi” stranieri e dello streetwear.
Una necessità creata nel mercato, quindi nei consumatori, è
diventata un’opportunità di intermediazione e di business per i reseller: anche senza
garanzie e senza un capitale iniziale, utilizzando i canali che la tecnologia
offre è diventato possibile acquistare e rivendere un capo, generando il
miraggio dei “soldi facili”. Significativo, al proposito, il titolo di un diffuso quotidiano italiano: “Professione reseller: compro, “posto” e vendo: così
mi arricchisco”.
Senza contare l’enorme sviluppo di alcuni marketplace di
intermediazione, creati da startup innovative, che vedremo poi.
Il successo del fenomeno ha generato, naturalmente, critiche
e polemiche. Il reselling, l'hype e l’etica sottostante sono diventati oggetto di
accesa discussione nella moda contemporanea. Molto dipende dalla presenza o
meno di un intermediario e dalla sua reputazione.
Si sono anche diffuse delle app dedicate, come Hypeanalyzer
® che, raccogliendo dati, contribuiscono a una auto-regolamentazione del
mercato e dei prezzi, diversamente da quanto avviene nel mercato parallelo
orientale, in cui i controlli sono molto blandi e il mercato parallelo opera
sostanzialmente indisturbato.
Le piattaforme più utilizzate per il reselling dei capi sono:
StockX ®: startup fondata a Detroit nel 2016 ed è diventata
“unicorno” nel 2018, cioè una società non quotata dal valore superiore al
miliardo di dollari. E' la più grande piattaforma di reselling. Ha chiuso vari
round di finanziamento da centinaia di milioni di dollari: tanti hanno creduto
in questa startup dal tasso di crescita più alto mai registrato negli Usa. Propone
sneakers, capi streetwear e accessori “limited edition”. Conta oggi oltre 200 milioni
di utenti in circa 200 Paesi. Mette in contatto acquirenti e venditori usando
criteri assimilabili a quelli del mercato azionario, oltre a vari servizi
compresa l’autenticazione dei capi. Nel 2020 ha effettuato circa 7,5 milioni di
transazioni e venduto merce per circa 1,8 miliardi di dollari: di fatto si
tratta del primo mercato azionario di beni di consumo al mondo.

Klekt ®: fondata nel 2013 da due collezionisti tedeschi, è il
maggior competitor di StockX e il marketplace più diffuso e affidabile sul
territorio europeo, soprattutto grazie al servizio di “legit check”
sull’autenticità dei capi. Offre sneakers e streetwear di marchi estremamente
cool oltre ad articoli da collezione. I termini da conoscere e le regole da
rispettare sono molte.
Grailed ®: una delle più grandi piattaforme online per la
compravendita tra privati di sneaker e streetwear. Presente anch'essa soprattutto nel
mercato americano.
Diversamente da quanto normalmente avviene per le
generazioni precedenti, i consumatori della Z Generation e i Millennials
considerano tra i fattori decisivi per un acquisto anche il valore di
rivendita: ciò ha generato il successo non solo delle piattaforme che si
dedicano alla second-hand economy - come Vestiarie Collective ®, Poshmark ®, Wallapop
®, Depop ®, Lampoo ®, Deesup ® - ma anche delle piattaforme di reselling. Di
conseguenza, pur nella differenza che ho evidenziato sopra, si è assottigliata
la differenza tra reselling e second hand, altro mercato in forte crescita in
un’ottica di riciclo, di riuso e di sostenibilità, in un’economia circolare.
Dal punto di vista legale il reselling è un contratto di
compravendita, facilitato dalla digitalizzazione quasi totale del mercato. Trattandosi
di un fenomeno molto recente è stato sinora limitatamente approfondito dal
punto di vista legale ed è pressochè nuovo per la giurisprudenza.
Problematiche da affrontare riguardano la titolarità dei
marchi, la qualifica dei redditi percepiti dal reseller, le attività di
controllo volte alla tutela di venditori e acquirenti e il conseguente
intervento dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato. La figura
chiave è naturalmente quella del reseller.
Sulla titolarità del marchio non ci sono particolari
problemi, in quanto il produttore è normalmente titolare dei diritti su di esso.
Trattandosi di compravendita, si tratta di stabilire se
l’attività è svolta occasionalmente dal venditore o è invece un’attività commerciale,
richiedente un minimo di organizzazione o se genera un reddito riconducibile ad
un’impresa, cioè a un’attività lavorativa svolta in modo continuativo e
sistematico: è l’aspetto fiscale della faccenda.
E poi la vendita avviene spesso attraverso una piattaforma
che opera quale hosting provider: qual è la sua funzione e
responsabilità?
Per quanto riguarda la “vendita di beni tramite piattaforme
digitali”, i marketplace hanno l’obbligo di trasmettere periodicamente
all’Agenzia delle Entrate i flussi di vendita dei propri iscritti: dati
anagrafici, numero e ammontare delle vendite, permettendo così un controllo
incrociato dei dati delle vendite effettivamente realizzate e quindi dei fatturati.
Nella fase precedente, quella di pre-vendita, la piattaforma opera come hosting provider e non esiste ad oggi obbligo
di sorveglianza da parte della piattaforma sulle
informazioni trasmesse dal venditore e memorizzate. Questa mancanza di
monitoraggio è stata ritenute lesiva degli interessi degli acquirenti, tutelati
dal Codice del Consumo: è stato avviato un procedimento contestando pratiche
commerciali scorrette poste in essere dalla piattaforma più famosa.Il
reselling è quindi un ambito affascinante e ancora poco esplorato dal punto di
vista legale, poco normato, disciplinato o meglio auto-regolato dagli utenti:
un istituto giuridico come la compravendita è stato rivoluzionato da questo fenomeno. E' un'altra rivoluzione generata dalla tecnologia digitale: si attendono sviluppi al
proposito.
Il reselling è quindi un fenomeno positivo o negativo?
La risposta corretta è: dipende!
Ci sono infatti aspetti positivi e negativi nel fenomeno del
reselling: è un’occasione democratica di acquisto ma al contempo un fenomeno
discriminatorio, è comunque un fenomeno importante per il successo di una sneaker o di
un brand. Si tratta poi di un parametro per giudicare se un prodotto sarà di
successo in una fase di successiva distribuzione più capillare. E' un
fenomeno conveniente anche per i brand ed è in continua crescita, al momento
risponde ad una precisa esigenza creata nel mercato.
Il mercato del reselling
e del reselling parallelo stanno poi generando utili elevati, che si
avvicinano a quelli dei brand stessi…continuerà l’epoca d’oro del reselling o
l’approccio dei marchi muterà?👎👍
#tessile #moda #reselling #secondhand #hype #sneakers #fashion #bolla #guadagno #consumatore #socialmedia #marketplace #etica #legge #valore
Commenti
Posta un commento