"STORIA DELLA MIA GENTE"
Non è farina del mio sacco, sono tuttavia parole molto evocative: è
il titolo del libro di Edoardo Nesi che ha vinto il premio Strega®: E. Nesi
– Storia della mia gente – La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di
provincia – Bompiani, Milano, 2012.
Ho trovato questa lettura affascinante e "vera". Vorrei condividere alcuni pensieri che mi ha
ispirato: storia e poesia che ritroviamo non
solo a Prato ma anche in altri distretti tessili italiani.
Come diceva Primo Levi, naturalmente riferendosi ad altro: non c’è futuro senza memoria.
Anche nel
tessile-abbigliamento. La memoria, la storia e il suo studio, servono
proprio per evitare di ripetere gli stessi passi che in tante situazioni
passate hanno portato persone, generazioni, imprese e distretti industriali a
situazioni critiche.
La prima condivisione è il pensiero di Massimo Giannini
sulla 4^ di copertina. Così definisce il libro: “c’è l’amore di un popolo
per le sue radici, di una comunità per la sua terra, di una città per la sua
industria, in questo libro. Ci sono tutti i conflitti indotti dal
turbo-capitalismo e dal multi-culturalismo. Eutanasia di un miracolo italiano”.
La seconda condivisione è la presentazione che Edoardo Nesi fa del proprio libro, introducendolo: “Faccio parte di quella che avrebbe dovuto essere la terza generazione tessile della famiglia Nesi – e mi era stato promesso il mondo. Ma il destino dispone diversamente, e sotto i colpi selvaggi della globalizzazione del terzo millennio anche il lanificio Nesi chiude i battenti, sconfitto dall’invasione dei cinesi come il resto della piccola industria tessile pratese. “Storia della mia gente” racconta dell’illusione perduta del benessere diffuso in Italia e di come l’impensabile sia potuto accadere, mentre una schiera di economisti arroganti e politici tremebondi lasciava sfiorire il capitale umano e produttivo del nostro paese".
Leggendo il libro possiamo ben capire perché Sandro Veronesi, sempre nella 4^ di copertina, definisca questo libro “uno di quei cazzotti che ogni tanto la letteratura sferra al mondo”.
Ogni considerazione e ogni piccola storia fanno sorgere e turbinare
una serie di pensieri sul passato, sul presente e sul futuro della filiera
tessile-abbigliamento.
Una prima descrizione che mi ha colpito è quella che Nesi fa
sulla genesi della ditta: “E’ già previsto che il Lanificio … durerà a
lungo, ben oltre la vita dei fondatori, …, perché la ditta viene fondata non
tanto per il presente quanto per il futuro, per i figli che sono nati e per
quelli che verranno”.
Trovo poi coinvolgente la descrizione dell’industria pratese nel periodo di maggior fulgore, tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90. Trent’anni di vita, di persone, di attività, di industria tessile in poche righe:
"Immaginate un prodotto che per trent’anni non ha bisogno di essere cambiato. Immaginate un’azienda che fabbrica solo quel prodotto e, se soffre di un problema, è quello di non riuscire a produrne abbastanza per soddisfare un mercato così ampio e vitale da rendere trascurabile l’impatto della concorrenza. Immaginate di poter rimettere gli orologi sulla puntualità con cui le fatture venivano pagate a 10 giorni, nessuna contestazione, nessuna trattenuta per reclami ingiustificati, nessun fallimento, con assegni che ogni mattina arrivavano per posta dentro letterine quadrate color pastello. Azzerate ogni costo di ricerca e sviluppo, di fiere, di pubblicità, di consulenze stilistiche. Cancellate il concetto di rimanenza di magazzino. Ridete a crepapelle dell’idea di dover assumere un dirigente esterno per fare il lavoro che svolgete perfettamente voi. E ora immaginate una città intera che si fonda sull’industria tessile, costellata di decine e decine di aziende come la nostra, tutte in continua crescita e tutte interconnesse in un sistema di lavoro follemente frammentato ma incredibilmente efficace, fatto di centinaia di microaziende spesso a conduzione famigliare che si occupano di una fase intermedia della lavorazione del prodotto, ognuna col suo nome, il suo orgoglio, il suo bilancio in utile. Rappresentazioni perfette delle realtà del sogno più stimolante del capitalismo, quel rarissimo fenomeno che lo rende quasi morale, per cui gli operai più capaci e volonterosi che decidono di mettersi in proprio e diventare imprenditori possono provare a farlo con una certa possibilità di successo, compiendo così il primo passo su una scala mobile sociale che sembra non volersi fermare mai, e crea ricchezza distribuendola in modo se non equo – non è mai equo – certamente capillare. Ma la cosa davvero bella, la cosa assolutamente strepitosa era che non bisognava essere un genio per emergere, perché il sistema funzionava così bene che facevano soldi anche i testoni, purchè si impegnassero; anche i tonti, purchè dedicassero tutta la loro vita al lavoro”.
Queste righe sono vive: quando immaginiamo vediamo e
quando vediamo non possiamo non pensare.
Il commento, critico, sulle sfilate di Piazza di Spagna: “Loro (gli stilisti - ndr) che organizzavano le sfilate in Piazza di Spagna cosicchè la bellezza di secoli si trasferisse sui loro abiti e scarpe e borse e occhiali che poi venivano comprati dai disgraziati di tutto il mondo che, accecati da tanto fulgore, si immaginavano di poterla comprare davvero, la bellezza”.
E poi i giorni in cui, all’inizio del nuovo millennio, sotto i primi pesanti colpi della globalizzazione “tornavo a casa pieno di rabbia per le aste che i clienti ormai ci costringevano a fare per gli ordini più grossi, senza più dare importanza alla qualità del tessuto, all’affidabilità del servizio, alla puntualità delle consegne, al nome dell’azienda e alla sua storia. Sembravano diventati tutti sordi, i clienti, anche i tedeschi. Contava solo il prezzo, e sul prezzo perdevamo sempre, perché c’era sempre qualcuno più disperato di noi – a Prato, non a Wenzhou – …perché l’ordine non si può perdere…”.
L’imprenditore disperato doveva a sua volta strozzare i piccoli artigiani ancor più disperati di lui, quelli che dovevano filare, tessere e rifinire il tessuto, “..per offrire un prezzo ancora più basso, in una spirale perversa che mostrava la faccia sporca dell’idea di libero mercato e sembrava voler follemente realizzare a Prato il risparmio di costi che garantiva la delocalizzazione delle lavorazioni…
Così, autoalimentata, si diffondeva inarrestabile la certezza che, non guadagnando più nessuno, il tessile non aveva futuro, e gli imprenditori finivano per abdicare dal loro ruolo creativo, impauriti, prigionieri di una mentalità da ragionieri che avevano sempre sdegnato”."Viva" anche la descrizione della difficile situazione del terzo millennio, le difficoltà, la vendita dell’azienda, i dubbi sulla moralità o vigliaccheria che hanno portato alla vendita della ditta:
“E
così, oggi, nel momento storicamente più difficile del tessile pratese, e
dunque italiano e dunque europeo, mentre continuano a giungermi le notizie dei
fallimenti in serie di aziende di confezionisti tedeschi un tempo solide quanto
il granito; mentre sui giornali locali si rincorrono le voci di gravi
difficoltà di molti miei ex colleghi industriali, mentre le centinaia di
artigiani che fecero grande e speciale la nostra filiera tessile chiedono solo
di essere accompagnati a chiudere con onore le loro microaziende senza
rimetterci tutto quello che avevano guadagnato in decenni di sforzi; mentre
ogni anno migliaia di persone perdono il posto di lavoro nella mia città, che
di abitanti non ne conta nemmeno duecentomila; mentre ormai anche gli
sconosciuti si avvicinano a me per complimentarsi di aver venduto l’azienda, io
non riesco a sentire quasi ogni giorno una specie di vuoto struggimento che mi
prende e finisce per sconfinare nell’angoscia, e non ha nome, e non mi consente
mai di provare, se non l’orgoglio, almeno il sollievo di aver probabilmente
evitato a me e alla mia famiglia una decadenza che sarebbe stata lunga e
dolorosissima …..e avrebbe cancellato nel ricordo anche tutte le cose buone realizzate
in passato. Non riesco a togliermi dalla testa quel “& Figli” che
suggella il nome del lanificio, quell’annuncio di continuità che era un
richiamo e un augurio, una promessa fatta per me ormai sessant’anni fa da un
nonno che non ho mai conosciuto”.
Nel libro di Nesi vengono identificati i veri beneficiari della globalizzazione:
"…i titanici gruppi stranieri che vendono in tutto il mondo i loro cenci senz’anima e senza fantasia …i supergruppi di dimensione planetaria che sembrano onorare i nostri piccoli imprenditori coi loro grandi ordini e invece li sfruttano strozzandoli a morte sul prezzo: quelle titaniche aziende globali che si acquattano nei loro quartier generali nuovi e splendenti creati dai loro servi più fedeli: gli architetti di grido:
monumenti diacci e sterili, fatti d’acciaio e cemento e vetro, che riflettono il cielo e le nuvole, dove lavorano solo dirigenti e impiegati perché la produzione dei capi avviene in altra parte del mondo, in fabbriche del tutto diverse e da persone del tutto diverse, che non solo non arrivano mai a comparire sulle pagine di pubblicità, ma non hanno nemmeno i soldi per comprarsi una copia delle riviste su cui compaiono le réclame dei loro generosi datori di lavoro."Qui vado a citare altre parole che mi appassionano ancor di più: si parla di tessuto e condivido pienamente questi pensieri:
“…e nessuno, nessuno, nessuno che spenda una parola per dire quanto sia sbagliato e falso e stupido che il tessuto - la componente di gran lunga più importante di ogni capo d’abbigliamento, la sua sostanza ed essenza, la sua materialità e la sua prima immagine, ciò che per primo si vede e si tocca, la ragione principe per cui si decide se comprare o no - sia così svilito da rappresentare solo una minima parte del costo del capo, mentre la parte di gran lunga preponderante è rappresentata dall’utile del confezionista dalle mani crudeli e dai costi della pubblicità… E' così che si entra nella fase terminale della storia della piccola imprenditoria tessile italiana, quando alla fisiologica concorrenza, alla sana lotta per il guadagno si sostituisce una furibonda battaglia per assicurarsi niente più che una sopravvivenza tiepida e sempre più stenta …. quando gli imprenditori si avviano a somigliare agli zombi di Romero, quelli che da morti continuavano ad andare al supermercato perché si ricordavano di aver fatto solo questo in vita.”Altra pagina viva e poetica è quella in cui viene descritto il rumore di una tessitura:
“Chi non è mai entrato in una tessitura che lavora non può capire quanto rumore possa fare. Il rumore di una tessitura è una cosa densa, quasi solida. E’ un onda che ti investe, un vento che ti ingobbisce. Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore di una tessitura ti fa trattenere il respiro, come ai neonati quando gli soffi in faccia. Il rumore di una tessitura è continuo e inumano, fatto di mille suoni metallici sovrapposti, eppure a volte sembra una risata. Il rumore di una tessitura non ha origine e pare venire dalla terra o dall’aria, perché da lontano i telai sembrano immobili. Il rumore di una tessitura tocca e spesso supera i novanta decibel, e confonde e assorda chi non si mette i tappi nelle orecchie, come il canto delle sirene che perse i compagni di Ulisse. Il rumore di una tessitura somiglia al clangore di un esercito immane che avanza verso di te, al ronzio di un gigantesco alveare. A volte, quando è molto lontano, lo si può scambiare col rombare dei temporali. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninnananna.
E il silenzio di una tessitura, quando è ferma ti investe, forte. Si parla in tanti casi di “silenzio assordante”: questo ne è un caso emblematico.
Nel libro ho incontrato alcune figure mitiche. Ahimè, non
sono ne il Sommo Poeta ne Virgilio…e quindi quelli che ho incontrato non sono i
dannati, o per lo meno non tutti quelli che seguono lo sono.…
Il Barrocciai: immaginario imprenditore tessile
pratese settantenne che, fallito, ha perduto tutto a causa di una crisi che ha spazzato
via l’industria tessile pratese e la piccola industria italiana, soffocate
dalla globalizzazione. La vicenda si svolgeva nel 2010. La vita del Barrocciai
è raccontata da Edoardo Nesi nel romanzo “L’età dell’oro”, testo per così dire
profetico uscito nel 2004.
Il Carpini: negli anni ’50 annotava sui quaderni le armature delle sue prime fantasie da cappotti: idee, colori e accostamenti che in una catwalk strapperebbero gli applausi di chi crede che la moda nasca sempre e solo dall’invenzione dello stilista.
Il Carpini che nella sua attività di alchimista i tessuti li lavava, li cuoceva, li mischiava, li tesseva da sé, li trasformava. Il Carpini che tenne a balia un gran numero degli stilisti oggi più conosciuti, stilisti che da giovani si presentavano in fabbrica per vedere la collezione e ai quali lui dedicava intere giornate per poi invitarli a cena.
Il Carpini che un giorno si stufò di essere considerato un paria del tessile e di non essere invitato alle grandi mostre tessili del nord, quelle esclusive alle quali i pratesi non erano ammessi.
Il Carpini che decise di vendere l’azienda alla fine degli anni ’80, quando un noto stilista italiano gli chiese per la prima volta il prezzo di un articolo. Il Carpini che si ritirò a fare il vino nella sua tenuta nell’aretino.Il Carpini che aveva creato molti dei tessuti con i quali erano confezionati abiti meravigliosi, esposti ora come opere d’arte: i tessuti erano diventati opere d’arte, ma di altri, perché su nessun elegante cartellino che attribuiva i bellissimi abiti agli stilisti c’era scritto che quei fantastici tessuti li aveva creati il Carpini, a Prato.
Fabio: uomo, cinquant’anni, appena messo in mobilità dall’azienda per la quale ha lavorato da quando ne aveva ventidue. Non ha mai fatto carriera ne ha mai visto quell’ascensore sociale di cui gli hanno sempre parlato, lavora seriamente e coscienziosamente ma alle cinque del pomeriggio, caschi il mondo, lui stacca. Ha una famiglia, moglie e due figlie, alla pensione gli mancano meno di tre anni ed è per questo che la mobilità è stata un brutto colpo. Ma il lavoro non c’era più e lui lo sapeva bene: la scelta del titolare di chiudere l’azienda è stata ineluttabile e Fabio non può rivolgere la sua rabbia verso di lui, che in azienda non aveva ne figli – che hanno scelto altre strade - ne continuità.
Spesso gli capita di non prender sonno, la
notte, e rimane sveglio per ore a seguire la sua mente che viaggia …Fabio sta
cercando un altro lavoro e l’azienda che lo assumerà non dovrà pagargli i
contributi, ma c’è tanta gente in mobilità. E lui ha cinquant’anni.
I dannati: eccoli, li ho incontrati, sono presenti, davanti ai nostri occhi, del resto il nostro viaggio si svolge nella città dei cinesi e scopriamo così che i gironi danteschi non sono così lontani da noi...
“...Vecchio capannone lercio, fatiscente, coi muri dall’intonaco bigio, il pavimento di linoleum graffiato e scrostato e rattoppato, l’aria viziata di fiato e di fumo. Un capannone diviso in due da paratie di cartongesso sudicie e mezzo sfondate, illuminato a giorno da tubi al neon che oscillano penzoloni, attaccati alla bell’e meglio a fili neri grandi come dita che si uniscono in fasci grossi come pitoni e corrono lungo impalcature di plastica che sovrastano sghembe file di cucitrici nuove di zecca eppure già sporche e assediate da scatoloni mezzo aperti, ritagli di tessuto di tutti i colori, portacenere pieni di mozziconi, lattine di Red Bull spremute di rabbia e bottiglie d’acqua bevute a metà”.
Viene descritto con queste parole un controllo di polizia, vigili del fuoco e Asl ad un capannone. Penso al Macrolotto.
Non una parola d’italiano, o comunque un italiano forse volutamente stentato, monosillabi e sorrisini da parte di chi ha aperto la porta. Nessun turbamento o disperazione. Un formicaio, lavoro e sopravvivenza che si mescolano, postazioni e dormitori. Finestre chiuse per non farsi vedere dall’esterno, bombole di gas, estintori sepolti, cucine e fornelli improvvisati, fili elettrici scoperti, cubicoli con materassi e cuscini buttati in un angolo.
Ma non è un girone infernale: è una quotidiana imitazione di vita e di lavoro. Non è un capannone, è un corpo di un reato, è il Made in Italy dei primi anni duemila. E l’etica? La responsabilità? Rabbia, immedesimazione, trascuratezza, pietà, disonestà, sfruttamento, legalità e illegalità diffusa, immigrazione, tolleranza e intolleranza, ideologia, razzismo, xenofobia, integrazione, inclusione, indegnità, ricatto.
Tutti concetti e sentimenti che non ci aiutano a comprendere ciò che succede in una città con la comunità cinese più grande d’Europa.
Le domande sorgono spontanee e ovvie. Come si può convivere con un’illegalità così diffusa ed evidente, praticata da migliaia di persone, di un unico gruppo etnico che, non tenendo conto delle nostre normative, creano una concorrenza sleale? La legislazione del lavoro c’è o non c’è? E se c’è è uguale per tutti? I controlli? Le conseguenze? Siamo intolleranti o forse razzisti?
Un diritto negato resta un diritto anche se nessuno protesta.
Vuoi vedere che è proprio questo il regalo che l’occidente casinista del ventesimo secolo consegna al mondo? Come dice Nesi ”…continuare a essere sempre all’altezza del tesoro di valori e di futuro che si incarna nella Costituzione, e non smettere mai di sforzarsi di capire questa realtà dura come il diamante e semplice come il pane, di comprendere e di tollerare, sempre. Perché non c’è alternativa. L’alternativa è l’incubo”.L’illusione
Negli anni ’90 si diceva che i consumatori italiani, europei e mondiali avrebbero risparmiato un sacco di soldi con la globalizzazione, acquistando beni di consumo prodotti in Cina a minor prezzo. L’importante era essere presenti a nostra volta con delle teste di ponte in oriente, per poter così guadagnare due volte: per prepararsi a vendere i nostri prodotti Made in Italy a un numero di nuovi ricchi sarebbero corsi ad acquistare.
Vero per i prodotti di nicchia, falso per i prodotti made in Italy in generale.
I cinesi non si sono messi solo ad acquistare il Made in Italy, ma anche a produrlo, adeguatamente e prontamente supportati – con miopia - qualora non fossero immediatamente in grado di farlo.
E’ nato il paradiso delle
multinazionali, anche nel tessile e nella moda. Del resto, quale
concorrenza ci può essere con il braccio economico di una dittatura? Cosa
potevamo aspettarci?
A cavallo del millennio il tessuto industriale nella nostra filiera era fragile e non pronto a un cambiamento così rivoluzionario. Molte delle aziende nate nel dopoguerra erano ancora condotte dai fondatori, non più giovani, con la loro cultura industriale. Persone consapevoli che il miracoloso sviluppo delle loro aziende era stato il risultato di una serie di circostanze - e protezioni - straordinariamente favorevoli e irripetibili.
Il sistema economico si reggeva su questi imprenditori/artigiani:
sistema non perfetto ma funzionante, che ha consentito all’Italia di risorgere
dalla guerra, garantito diritto, stabilito doveri, sparso benessere, dato
lavoro, sogni, illusioni. E’ la storia del tessile-abbigliamento in Italia. Dalla
sua memoria, dal suo studio dobbiamo partire per evitare di ripetere gli
stessi errori commessi.
I soldi risparmiati acquistando prodotti economici realizzati dall’altra parte del mondo sono gli stessi soldi che sarebbero serviti per pagare gli stipendi degli operai italiani, le loro pensioni, le loro case, i loro abiti, tutti i loro beni.
Non si direbbe altrimenti che l’ultima generazione è più precaria e povera di quella precedente.
Penso al perché, visitando recentemente con la mia famiglia il museo del design italiano, dagli anni ’80 in poi non abbiamo notato la stessa presenza di oggetti per così dire “destinati al pubblico”…
Forse perché a partire dagli anni ’80 pochi erano gli oggetti italiani su cui concentrarsi per applicare il design industriale?Non entro nel merito delle sacrosante differenze storiche, economiche, culturali, religiose, linguistiche che hanno diciamo così impedito al consumatore mondiale di uniformarsi alle previsioni ottimistiche dei primi anni ‘90…
Nella globalizzazione è insito il trasporto ed il costo dello stesso, il suo impatto deflagrante sul pianeta e sulle persone: ci siamo ostinati per anni a non considerare il costo del trasporto e i rischi connessi. E ce ne siamo accorti in questi ultimi due anni….
Il libro di Nesi è stato scritto pubblicato per la prima volta nel 2010: si possono rilevare i concetti di sviluppo economico non più sostenibile, impatto economico e sociale, cultura aziendale.
Sono gli albori del ragionamento sulla sostenibilità che sta solo negli ultimissimi anni è riaffiorato. E poi i “cenciaioli” non sono figure mitiche, storiche e diventate ora attuali nel tessile pratese?
La nicchia
Per anni abbiamo sentito parlare e a nostra volta parlato di “nicchia”.
Se il mercato è come una piramide, dobbiamo posizionarci nella parte alta della piramide: ma la piramide, in alto, si stringe! In altri termini era necessario smettere di fare le cose che fanno a minor costo dall’altra parte del mondo, dobbiamo aumentare la qualità e posizionarci in nicchie di specializzazione, prendendo ad esempio alcuni grandi (e irripetibili) marchi non solo della moda.
In termini economici, riferendosi ad una nicchia si parla di uno spazio economico protetto e circoscritto. Come dice Nesi:
“la nicchia è una specie di tana, dentro la quale ci si può
stare in due al massimo e se ci si stringe. Non tutta l’Italia ……Forse non
è un caso se di Ferrari in tutto il mondo ce n’è una sola. Se c’è un solo,
inimitabile, Giorgio Armani”.
E venne il 28 febbraio 2009: Piazza Mercatale – “Prato non deve chiudere”.
Molti imprenditori, soprattutto piccoli imprenditori, i più colpiti dalla crisi, sono scesi in piazza per la prima volta in vita loro: una manifestazione a sostegno del tessile pratese che sarebbe entrata nel Guinness dei Primati per lo striscione tricolore più lungo di sempre.
Chi in Apecar (perché a Prato è un "must", un po' come le biciclette a Pechino...), chi in Porsche. Eravamo subito dopo l’annus horribilis 2008.
Tutti hanno messo da parte lo storico individualismo della galassia di imprese pratesi e si sono sentiti parte della comunità economica cittadina, capace ora di riunirsi e parlare ad una sola voce.
Prato è più di una città, è un distretto o meglio un mondo. Si dice infatti “vado a Prato” allo stesso modo in cui si potrebbe dire “vado in Puglia” o “vado in Germania”.
Prato ha chiesto in quell’occasione una parte
dell’attenzione e delle risorse dedicate ad altre realtà economiche in crisi,
più famose ma più piccole per fatturato e forza lavoro. Il dito non è stato però
puntato contro un destinatario colpevole, perché più che rabbia c’erano
smarrimento, compostezza, perplessità sul futuro, paura delle conseguenze di
un’idea sbagliata ma sostenuta dal mondo intero.
E la sofferenza non era solo del distretto pratese, ma anche degli altri distretti tessili di Biella, Como, Varese, Carpi, del Piemonte e della Val Seriana, dei distretti dell’abbigliamento e del jeans, delle calzature, della ceramica, delle armi, dell’illuminazione, del mobile, dell’oreficeria, degli occhiali.
Del resto la fabbrica del mondo non produce
solo tessuti e abbigliamento.
E’ la generazione X che si è mossa: la generazione che qualcuno giudica senza ideali, egoisti, fortunati senza accorgersene, adagiati in un dorato presente senza fine…la generazione però condannata ad essere la prima generazione che andrà a stare peggio di quella dei propri genitori, senza lavoro e senza futuro quando viene il momento di vivere i sacrosanti sogni di benessere che sono stati per loro pensati e costruiti.
Non c’è futuro senza memoria: tornano concetti come qualità, valore, nobilitazione, personalizzazione, performance, heritage, ricerca e innovazione, sostenibilità ambientale e sociale, impatto del prodotto e ciclo produttivo, cultura aziendale, supply chain e lead time.
Non tutto è bianco così come non tutto è nero: non tutto può essere prodotto nello stesso modo e nello stesso luogo.
D’altro canto non si può pensare, usando le parole di Nesi, di “continuare all’infinito a fare il mestiere dei nostri padri come se fosse un diritto acquisito e intoccabile, illudendosi di poter vendere nel terzo millennio gli stessi tessuti che producevano loro, fatti delle stesse materie prime e degli stessi filati, e tesserli sugli stessi telai, tingerli degli stessi colori, rifinirli allo stesso modo e venderli ai soliti clienti, nei soliti mercati”.
Non è un de-profundis: questo è il prequel di tutti i precedenti post e ci fa respirare aria di futuro.
I semi sono già stati
piantati, con la nostra nuova consapevolezza proseguiamo a piantarne di nuovi e
prendiamoci cura della pianta che sta crescendo: vuoi vedere che alla fine ne
uscirà un tessuto?😁
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