SOSTENIBILITA'
Termine attuale, abusato e molto trendy: navighiamo qui tra formazione e disinformazione esistente…
Lo stato di necessità e il
fashion system stanno in questo momento remando nella stessa direzione: la sostenibilità oltre
che essere in primis un imperativo ambientale e sociale, è indubbiamente anche
“di moda”.
Ci sono intere biblioteche sull’argomento: qui non ci sono pretese di scientificità e completezza, ma solo la volontà di "tessere" e condividere, con l’obiettivo di generare la scintilla dell’approfondimento personale. Mi crea comunque qualche perplessità la vastità dell’argomento: del resto sono qui a lanciare qualche sasso e allora via…
Mi è piaciuta molto questa definizione di sostenibilità: condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.
Il concetto di sostenibilità, rispetto alle sue prime versioni, ha fatto registrare una profonda evoluzione che, partendo da una visione centrata preminentemente sugli aspetti ecologici, è approdata verso un significato più globale, che tenesse conto, oltre che della dimensione ambientale, di quella economica e di quella sociale.
Attualmente è molto trendy parlare di “approccio olistico” alla
sostenibilità: è proprio il fatto di considerarla nel suo complesso e non nelle
sue singole parti. Quindi si tratta di un concetto non solo “green”, ma multidisciplinare:
rispetto dell’ambiente ma anche della salute dei lavoratori, della salute dei
consumatori, dei diritti umani, razionalizzazione dei processi produttivi e
creativi, ecc.
Se dovessimo provare in un nostro discorso a sostituire la parola sostenibilità con la parola benessere o qualità di vita ci accorgeremmo che il concetto espresso non cambierebbe.
L’obiettivo dello sviluppo diventa quindi l’obiettivo dello sviluppo sostenibile e per sostenibile si intende non solo per il pianeta ma per noi.
I fattori che più disturbano l’eco-sistema sono in effetti le interazioni con il “sistema uomo”: le perturbazioni creano il rischio di alterazioni irreversibili.
Il concetto di sostenibilità è un concetto dinamico,
anche nel tessile: le relazioni tra ambiente, economia, società e uomo sono
influenzate dalla tecnologia, basti pensare alle fonti energetiche, alla
possibilità di ridurre i consumi di energia, di acqua, di suolo, alla
possibilità di avere nuove fibre tessili provenienti da altre catene produttive
o da riutilizzo e riciclo di fibre vergini.
Operativamente parlando, l’adozione di un paradigma sostenibile implica l’adozione di sistemi di valutazione e misurazione della sostenibilità del prodotto, del processo, del fine vita.
Solo attraverso consumatori più
consapevoli la catena tessile-moda viene spinta a convergere verso paradigmi
di sostenibilità.
Appassionante,
eh?
Ecco una serie di termini legati alla sostenibilità nella filiera tessile: fibra
biologica (organic), moda etica, eco-fashion, tessuti cruelty free, fibre
tessili a basso impatto ambientale, lavorazioni a basso impatto ambientale, capi
fur-free, pelle vegana, certificazioni...
L’impatto ambientale della filiera tessile è pesante, soprattutto dove le lavorazioni avvengono. Lo è anche in termini sociali ed economici: spesso il problema è solo trasferito in altre parti del mondo, aggiungendo al danno anche la beffa dei costi ecologici ed economici di trasporto, costi che vengono sostenuti anche per lo smaltimento al fine vita.
La sostenibilità spesso si ferma alla sola materia prima tessile ma può invece svolgere un ruolo strategico essenziale per le aziende della supply chain. Ha a che fare con tutte le fasi della produzione: ogni fase incide sulla sostenibilità di un tessuto o di un capo:
- Progettazione tessile: un tessuto e un capo possono essere più o meno adatti alla circolarità. Pensiamo alle fibre miste, alle cerniere, alle borchie, a tutto quanto può creare problemi di “sorting” a fine vita. Si parla di eco-design
- Coltivazione o allevamento: consumi di acqua, eventuale utilizzo di sostanze nocive non solo per la fibra ma anche per le falde acquifere
- Estrazione della fibra
- Filatura: a umido o a secco, ausiliari, eventuale recupero e riciclo degli stessi…
- Tessitura o intreccio: preparazione, ausiliari chimici
- Nobilitazione: pensiamo in modo sintetico a tintura, stampa, finissaggio. E’ una fase che spesso comporta un importante consumo di risorse idriche, di coloranti di sintesi, additivi ed è energivora, con tutti i problemi che ne conseguono, non solo in termini di sostenibilità…
- Confezione: penso ai problemi degli scarti tessili
- Trasporto: filiera lunga o corta, quante volte, per quanto tempo e come viene trasportato un semilavorato o un prodotto finito della filiera
- Packaging
- Utilizzo. Si pensi:
b) canale di acquisto: on-line o tradizionale, ognuno con le proprie logiche, limiti e pregi
c) quanto e come utilizziamo: il ciclo di vita
del capo, forse troppo corto?
- Lavaggio: fibra, frequenza, tensioattivi e altri prodotti utilizzati, temperatura, tecnologia e filtri presenti nel lavaggio domestico.
Fine vita del prodotto: Re-cycling pre-consumer e post-consumer, up-cycling, canale dell’usato, eventuale bio-degradabilità. In alternativa inceneritore o discarica.
Anche la tecnologia di riciclo ha un impatto: riciclo meccanico o chimico? Ogni processo ha vantaggi e svantaggi. Penso anche alle figure poetiche e ora trendy dei “cenciaioli” pratesi. Qualche numero per avere un opportuno ordine di grandezza in Italia:
-
13%: La percentuale di imprese della supply
chain tessile abbigliamento sul totale delle imprese dell’industria, 9% del
totale addetti.
-
162%: L’aumento del numero di imprese italiane che
si occupano di riparazione di articoli tessili, rispetto al 2010.
-
480.000: le tonnellate di rifiuti tessili
prodotte nel 2019 dalle imprese della supply chain e da cittadini. In forte
aumento.
-
30%: la percentuale dei rifiuti tessili provenienti
dalla raccolta urbana
-
228%: Il tasso di crescita dei rifiuti tessili
da raccolta urbana tra il 2010 e il 2019. Il motivo è in parte effetto del
“fast fashion” in parte legato al miglioramento della raccolta differenziata
-
46%: La quota di rifiuti del settore tessile
che, nel 2019, viene avviato a recupero, l’11% va a smaltimento. Un altro 43%, invece,
viene destinato ad attività di tipo intermedio, come pretrattamenti e
stoccaggio. Se facciamo riferimento al solo post-consumo (fondamentalmente capi
di abbigliamento e accessori e, in misura minore, prodotti tessili come federe
o asciugamani) la principale operazione intermedia è lo stoccaggio: un’attività
di puro magazzino svolta tipicamente da cooperative sociali che curano la
raccolta. Dopo lo stoccaggio, questi rifiuti vanno ai cosiddetti
“selezionatori”, aziende specializzate in attività di cernita, preparazione per
il riutilizzo e, per i prodotti non rivendibili come usato, trasformazione in
pezzame industriale. Nel 2019, sul totale dei rifiuti tessili, 220.000
tonnellate sono andate a recupero di materia; 1.200 a incenerimento; 105.000 a
pretrattamento; 99.000 tonnellate a stoccaggio e 9.600 in discarica.
-
81.000: Le tonnellate di materia prima seconda che le nostre imprese del riciclo hanno prodotto nel 2019. È il Centro (41% del totale) la macroregione con la quota maggiore, trainata dalla Toscana.
-
28.000: Le tonnellate di stracci, avanzi e
articoli tessili fuori uso esportati dall’Italia nel 2019.
Fonte: report “L’Italia del
Riciclo 2021” – Fondazione per lo sviluppo sostenibile
Qualche altro numero, da più fonti rilevabile: il tessile-abbigliamento produce il
20% dello spreco idrico globale; produce in un anno più anidride carbonica di
tutto il traffico aereo e marittimo messi insieme; per produrre una t-shirt di
cotone sono necessari 2.700 litri di acqua; 0,5 milioni di tonnellate di
microplastiche finiscono negli oceani per i lavaggi dei capi di abbigliamento
nelle lavatrici domestiche.
Presto entrerà in vigore l’obbligo di raccolta differenziata
dei rifiuti tessili, frutto del recepimento italiano delle direttive del
pacchetto sull’economia circolare: si è anticipata la partenza di tre anni,
rispetto al 2025 stabilito a livello comunitario. Un elemento da valutare con ottimismo.
Di fronte ai numeri è lecito farsi qualche domanda riguardante il fast fashion e lo “slow fashion”. Si parla di città slow, cibo slow, mobilità slow…perché allora non abbigliamento “slow”?
In un primo slancio, considerando che ad oggi il fast
fashion è corrispondente a grandi linee alla bassa qualità, verrebbe da dire:
rallentiamo!
Tuttavia, pensando ai futuri sviluppi, fast non vuol dire
necessariamente bassa qualità: entrano in gioco altri fattori, quali velocità
di reazione, flessibilità produttiva, catena del valore, innovazione, fibre
utilizzate ecc. ecc. che rendono assai meno certa la risposta.
In ogni caso, un ripensamento è necessario: il sistema non può reggere con un ritmo di proposte così ravvicinato come quello attuale, o per lo meno non tutti gli operatori e tutti i livelli di prodotto devono usare lo stesso paradigma.
Ho in testa alcune considerazioni del Signor Armani,
persona che spesso mette d’accordo tutti grazie alla sua visione lungimirante e
alla sua coerenza, sulla cui autorevolezza non si discute: prospetta un nuovo
scenario per la moda post coronavirus. Nella sua recente lettera aperta parla
di un doveroso e necessario rallentamento del settore “lusso”.
Ecco un breve estratto: "Per anni, nelle conferenze
stampa dopo i miei show, ho sollevato dubbi sul sistema corrente, sulla
sovrapproduzione e sul mancato allineamento, a mio parere criminale, tra clima
e stagionalità commerciale: sono stato spesso ignorato, se non giudicato un
moralista. L’emergenza in cui ci troviamo dimostra che l’unica via percorribile
sia un attento e ragionato rallentamento. (...) Il declino del sistema moda
così come lo conosciamo è iniziato quando il segmento del lusso ha adottato gli
stessi metodi operativi del fast fashion, (...) dimenticando così che il lusso
vero richiede tempo, sia per essere creato che per essere compreso. Il lusso
non può e non deve essere veloce. (...) Trovo assurdo che si possano trovare in
vendita abiti di lino nel bel mezzo dell’inverno e cappotti d’alpaca d’estate
per la semplice ragione che il desiderio d’acquistare deve essere
immediatamente soddisfatto. (...) La crisi è un’opportunità per ridare valore
all’autenticità: basta con la moda fatta solo di comunicazione, basta con le
sfilate cruise in giro per il mondo per presentare idee mediocri e intrattenere
con show grandiosi che oggi appaiono come fuori luogo, e pure un po’ volgari.
(...). Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma offre anche
un’opportunità unica di sistemare ciò che nel sistema è sbagliato, recuperando
una dimensione più umana. Ed è bello vedere che, in questo senso, siamo tutti
uniti. (….) Uniti ce la faremo, ma dobbiamo restare compatti e lavorare in
armonia. Questa è forse la lezione più importante che possiamo imparare da
questa crisi".
Una lettera che ha fatto scalpore.
Successivamente a questa lettera c’è stata un’interessantissima
intervista di approfondimento a Serena Tibaldi su “La Repubblica” del 15 aprile
2020.
Ma chiudiamo la parentesi “fast/slow”.
Alcune fibre tessili dal consumo significativo come il cotone, la più usata tra le fibre naturali, sono decisamente assetate di risorse idriche e spesso l’impatto ambientale è appesantito dall’utilizzo di sostanze chimiche aggressive, per così dire necessarie come pesticidi, diserbanti, concimi. Un qualsiasi motore di ricerca ci può dire quanta acqua è necessaria per produrre un paio di jeans…
Altre fibre, pensiamo al poliestere, fibra di sintesi derivata dal petrolio, la più utilizzata al mondo, è economica, durevole e versatile ma generatrice delle famigerate e tanto inquinanti microplastiche.
Altre fibre tessili, penso alle viscose, fibre artificiali di origine cellulosica, sono si naturali per la loro origine ma generalmente molto inquinanti in termini di processo produttivo, tant’è che la loro produzione è spesso relegata solo in alcune zone del mondo, come se in quei luoghi le problematiche ambientali avessero minor valore.
Altre
fibre ancora, penso a quelle di origine animale, non sono o meglio non erano l’emblema
del cruelty free e le recenti certificazioni riguardanti la lana insegnano.
Ci sono fibre innovative e sostenibili, che stanno guadagnando quote di mercato: solo a titolo di esempio cito Naia® by Eastman e Ecovero® e Tencel™ by Lenzing.
In entrambi i casi si tratta di fibre di origine cellulosica
proveniente da foreste di pino o eucalipto gestite secondo regole di
sostenibilità e certificate, filate a secco o con ridotto dispendio di risorse
idriche, con ridotto utilizzo di solventi, che inoltre non vengono dispersi
nell’ambiente ma recuperati e riutilizzati in un processo a circuito chiuso. La
fibra Naia® è anche bio-degradabile a fine vita e quindi, se utilizzata in
puro, rientra nella c.d. “economia circolare”. Queste fibre hanno
indubbi vantaggi in termini di sostenibilità: nell’origine, nel processo
produttivo, nel prodotto: versatilità, comfort, mano, resa cromatica, skin
friendly, easy care, velocità di asciugatura, traspirabilità, recupero
elastico, pilling e stabilità dimensionale. Tutte argomentazioni e
problematiche che gli addetti ai lavori ben conoscono e valutano.
Oltre ai cotoni organici e in tal senso certificati, altre fibre innovative e curiose derivano invece da altre catene produttive, spesso esterne al tessile: penso, a titolo di esempio, a Orangefiber®, fibra tessile artificiale ottenuta dallo scarto degli agrumi, a S.Cafe®, fibra ottenuta dai fondi del caffè o a Mylo®, la pelle vegana ricavata dai funghi. Ci sono fibre tessili provenienti dal riciclo della cellulosa, fibre derivanti dalla soia o dal mais, dai crostacei, dall’ananas, dagli scarti della produzione del vino.
Si considerano sostenibili anche le fibre sintetiche riciclate: ad esempio poliestere proveniente dalle bottiglie di pet e nylon proveniente dalle reti da pesca.
Al di là delle buone nuove, la domanda sorge spontanea: allora, stante questa situazione per così dire “nebulosa”, ci vestiamo e arrediamo la casa oppure no? A quale prezzo e con quale impatto?
La risposta è nella consapevolezza di ciò che acquistiamo. La
consapevolezza del consumatore si crea con l’informazione, con la comunicazione
corretta: è una presa di coscienza, che spesso incide sul portafoglio ma
sempre incide sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
Evidente l’importanza al proposito delle certificazioni:
sono degli standard che le aziende devono rispettare. Le regole sono variabili
in base al tipo di certificazione e sono garanti riguardo a: sostanze chimiche
utilizzate, aspetti sociali, diritti degli animali.
Le certificazioni, così come lo è un progetto di sostenibilità, sono ad oggi volontarie ma ormai fondamentali nella nostra catena, possono essere ambientali, sociali, di processo, per i diritti degli animali, per il biologico, per il riciclo… Alcuni esempi: FSC®, Oeko-Tex®, Bluesign®, Gots®, OCS®, GRS®, BCI®, RDS®, RWS®, Fair Wear Foundation®, Fur-Free®. Altra realtà innovativa è quella dell’italiana Process Factory con il marchio 4Sustainability®, marchio di sostenibilità con crescente diffusione nella supply chain.
Ci sono poi regolamenti
e normative UE come REACH e normative USA (più stringenti in alcuni stati e comunque via via sempre più stringenti)
e altre regole che devono essere rispettate dalle aziende locali del comparto,
a garanzia della Zero Discharge Hazardous Chemicals (ZDHC). Altro problema è la
reciprocità di tali normative...
Alla certificazione deve corrispondere un’adeguata etichettatura, a fini informativi e di value generation. Caso contrario l’informazione “non passa” e la consapevolezza non si crea.
Ma stiamo aggiungendo etichetta a etichetta e a sua volta l’etichetta (normalmente di poliestere) potrebbe essere tessuta in poliestere riciclato.
Il costo varierebbe in modo assai limitato, quasi impercettibile: il problema può essere riconducibile ai “moltiplicatori” applicati più a valle. Si utilizza il poliestere in quanto il sistema di taglio a telaio deve tagliare il tessuto e saldare le cimose del nastro durante il taglio stesso, con un’operazione a caldo. Obiezione: “Quanto vuoi che incida in termini di sostenibilità quel rettangolino di pochi centimetri di tessuto che trovo su tutti i capi di abbigliamento?”
Quel rettangolino corrisponde a tonnellate e tonnellate di filato sintetico non sostenibile ogni anno, solo in Italia, basti pensare che ogni capo deve avere più di un’etichetta.
Nota dolente e ahimè attualissima: il greenwashing.
E’ un neologismo composto dalle parole green (ecologico) e whitewash (insabbiare). Connesso alla sostenibilità, è una strategia di comunicazione o di marketing, perseguita presentando come sostenibili le proprie attività e prodotti, cercando di fatto di occultarne l'impatto ambientale e sociale.
Il greenwashing ha il sapore amaro della bugia,
della verità nascosta sotto una coltre di polvere soffiata negli occhi.
A tutela del consumatore e delle stesse aziende c’è il controllo dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato: l’Autorità ha la possibilità di agire d'ufficio per punire i comportamenti scorretti sotto forma di pubblicità ingannevole e di concorrenza sleale.
Significativa la recente ordinanza del Tribunale di Gorizia a favore di Alcantara®, una tra le prime ordinanze in Europa in materia di greenwashing, nella quale si rilevano le fattispecie della concorrenza sleale, dei green claim ingannevoli e di un vantaggio competitivo che genera effetti pregiudizievoli per il ricorrente, influendo sul comportamento del consumatore medio .
Il consumatore si può poi difendere anche verificando la presenza degli opportuni marchi e certificazioni a garanzia della reale sostenibilità del nostro acquisto.
La sostenibililtà crea occupazione: alla sostenibilità corrisponde la nascita di nuove figure professionali come il sustainability manager e di altre figure interne ed esterne che si occupano dell’impronta ambientale e sociale d’impresa, figure tecniche che vengono preparate dagli ITS specializzati nel tessile-moda.
Il mio pensiero va al reshoring e al nearshoring, cioè alla rilocalizzazione della produzione, all’accorciamento della supply
chain, al mismatch, cioè alla mancata corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro in termini di
profili professionali soprattutto tecnici.
Eh si, è necessario tornare alle persone e alla formazione,
perché se un filo, un tessuto, una polo-shirt o un giubbetto vogliamo produrlo è necessario
avere la persona che lo produce, preparata e formata. Più circolarità di così….
Qualcuno nel 1935 ha definito gli italiani come “Un popolo di poeti, …di santi, di pensatori…. e navigatori, …”. L’iscrizione completa è sul Palazzo della Civiltà a Roma, quartiere Eur, ironia della sorte sede di una famosa maison del lusso. Tralasciando qui i poeti e i santi, vuoi vedere che gli italiani della filiera, con miopia, hanno pensato solo allo “styled in Italy” e hanno continuato a navigare per vendere articoli prodotti da altri?
E’ un po’ come aver consegnato le chiavi della nostra casa a
qualcuno e lamentarsi poi, la sera al nostro rientro, perché questo “qualcuno” lo
troviamo seduto alla nostra tavola che si rifocilla e ci ringrazia per la
varietà di quanto abbiamo ricercato, acquistato e preparato.
Le cose che mi sono venute in mente riguardo la sostenibilità sono tante. Spero che non vi siate annoiati.
Indico i riferimenti di alcuni siti, tra gli altri, che trovo molto intriganti per i loro articoli, le loro considerazioni, le loro interviste, i loro podcast, i loro video, le loro immagini. Sono siti che accendono la curiosità e invitano all’approfondimento, diffondendo la cultura della sostenibilità: www.vestilanatura.it , www.solomodasostenibile.it , www.4sustainability.it , www.centrocot.it, www.oeko-tex.com, www.roadmaptozero.com
Naturalmente
ci sono poi altri siti, adatti a chi ha competenze tecniche superiori alle mie. Grazie
a tutte le persone che vi si dedicano.
Sicuramente avrò dimenticato qualcosa, ma i “minuti di lettura” sono ahimè aumentati: forse sarebbe meglio una lettura “slow”?
E
invece sto utilizzando uno strumento che di slow ha poco …. Vabbeh ….
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