SLOW FOOD e SLOW FASHION

 

Ho letto recentemente il libro di Dario Casalini “Vestire buono, pulito e giusto – per tornare a una moda sostenibile” – 2021 – Slow Food Editore.

E’ un testo affascinante sia per gli addetti ai lavori sia per gli altri consumatori. Da profondo conoscitore e da operatore all’interno della catena tessile-abbigliamento, Casalini traccia un quadro ragionato dei tanti aspetti da prendere in considerazione per comprendere quanta differenza possiamo fare scegliendo i capi d’abbigliamento che riempiono i nostri armadi.


Ecco perché un capo d’abbigliamento può essere buono (bello), pulito (sano) e giusto (prodotto in modo rispettoso di persone e ambiente).

Mi ha incuriosito, in particolare, il parallelismo tra catena food e catena tessile-abbigliamento, con il riferimento che l’autore fa a Carlo Petrini, celebre fondatore di Slow Food e al suo libro “Buono, Pulito e Giusto” – Giunti-Slow Food Editore, 2005-2016.

E di questo parallelo, attingendo ai numerosissimi spunti, parlerò.

In base alla situazione attuale e alle politiche e strategie ora applicate, potremmo essere poco rassicurati sul futuro del settore tessile-abbigliamento.

La fiducia viene tuttavia dal movimento Slow Food fondato da Carlo Petrini: Petrini oltre vent’anni fa immaginava e scriveva di un nuovo modo di concepire il mondo food e tutta la sua catena, dall’agricoltura alla produzione, alla distribuzione, alla vendita.

A distanza di oltre vent’anni il tutto è diventato una realtà: nella nostra attuale società il cibo è concepito, ricercato e valutato ben diversamente da come lo era in passato e lo stesso vale per tutta la catena di approvvigionamento.

L’attenzione riservata dai consumatori al cibo “buono, pulito e giusto” non solo ha consentito la sopravvivenza e lo sviluppo di piccole aziende, di marchi di qualità, di catene corte, ma ha influenzato anche le grandi imprese del “fast food”.

Pensiamo solo al concetto di “prodotto a kilometro 0”: un concetto che vent’anni fa nessuno conosceva, oggi è sinonimo di qualità, di cura del prodotto, di passione, di filiera corta e controllata, di trasparenza, di equità. O al concetto di “presidio Slow food”: progetto che tutela piccole produzioni di qualità da salvaguardare. Nessuno conosceva i presìdi Slow Food, ora li andiamo ben volentieri a cercare e li utilizziamo.

E’ nato anche il turismo “slow”, cioè il gusto per la ricerca dei prodotti e dei luoghi di produzione.

Ciò è avvenuto perché i consumatori hanno imposto il loro potere di scelta su cosa e come acquistare e come consumare: è avvenuto un cambiamento di paradigma, in cui la consapevolezza del consumatore e la conseguente domanda hanno consentito la coesistenza di logiche diverse sul mercato; perché, come già abbiamo avuto modo di dire, non tutto deve e può provenire dalla stessa supply chain.

Nel settore tessile, l’urgenza attuale è quella di salvaguardare le filiere locali, distrettuali e nazionali, preservando prodotti e competenze che altrimenti sarebbero perdute: nel breve volgere di un ventennio si sono perse le competenze e abilità manuali del “cucito” relative alla confezione e riparazione domestica di un abito.

La giustificazione sta nel fatto che, considerato l’avvenuto crollo dei prezzi e trattandosi quindi spesso di capi di qualità bassa e quindi del tipo “usa e getta”, non ne vale più la pena.

In questo periodo abbiamo perso (o non vogliamo più utilizzare) la capacità di valutare il reale valore e prezzo del capo d’abbigliamento che stiamo acquistando.

Solo in questi ultimi anni si stanno reintroducendo encomiabili iniziative di riparazione capi e anche la scuola, in questi tempi di mismatch, si è accorta che mancano figure tecnico-professionali che lavorino non solo con la testa ma anche con le mani, reintroducendo corsi come quelli proposti dalle Fondazioni ITS, che reintroducono competenze sia innovative sia tipicamente legate al territorio.

Indossare capi super-economici è diventata poi una moda nella moda. Da qui nasce il problema dei problemi: la generazione di rifiuti tessili.

Secondo dati delle Ellen MacArthur Foundation, nel 2017 sono stati venduti 154 miliardi di capi, tra il 2000 e il 2015 la produzione di abbigliamento è raddoppiata e parallelamente si è dimezzata la vita media dei capi acquistati. Il brevissimo ciclo di vita genera una impressionante quantità di rifiuti tessili da smaltire: 2 miliardi di tonnellate sono i rifiuti tessili prodotti annualmente nel mondo, dei quali solo una minima parte viene riciclata. La stragrande maggioranza dei rifiuti tessili, pari a circa l’87%, finisce nelle discariche o viene incenerita.

Ecco spiegato perché la società dei consumi è impensabile senza una florida industria dello smaltimento dei rifiuti.

Le osservazioni dedicate al cibo da Petrini circa vent’anni fa sono attualissime e assolutamente sovrapponibili alla catena del tessile-abbigliamento: “il consumatore medio non si chiede che cosa sta mangiando (indossando), oppure è costretto ad impegnarsi in uno sforzo esagerato per reperire le informazioni in grado di spiegarglielo. Il cibo (l’abbigliamento) e la sua produzione devono invece riguadagnare la giusta centralità tra le attività umane e i criteri che guidano le nostre azioni vanno ridiscussi. Il punto infatti, già da tempo, non è più la quantità di cibo (di abbigliamento) prodotto, bensì la sua qualità complessa, che va…dal rispetto per l’ambiente, gli ecosistemi e i ritmi della natura in generale, a quello per la dignità umana. Lo scopo è migliorare concretamente la qualità della vita di tutti, ma senza più subire un modello di sviluppo ormai incompatibile con le esigenze del pianeta”. Buono non vuol dire grande o “all you can eat”…

Trovo condivisibile anche un altro paragone tra industria alimentare e industria tessile, che Casalini fa nel suo libro, citando le parole di Carlo Petrini dedicate al cibo, evidenziando la distorsione nel nostro rapporto con il cibo e con l’abbigliamento: “L’odierna maggiore diffusione della ricchezza – se non in senso assoluto, almeno in senso relativo al costo del cibo (dell’abbigliamento) – combinata con la diffusa ignoranza sensoriale, ha portato allo stesso criterio antieconomico, ma inversamente proporzionale e più consapevole rispetto all’ostentazione elitaria, e altrettanto poco conveniente: più un prodotto è a buon prezzo e più lo mangio (mi vesto) , non importa se mi privo del piacere e se fa danni a me, all’ecosistema e ai lavoratori che lo producono”.

La filiera e i legami di filiera sono minacciati dalla lontananza tra produttore e utilizzatore finale: la filiera produttiva tessile, spesso troppo lunga e fuori controllo, non è più ne comprensibile ne trasparente.

Questi elementi possono invece condurre, come avvenuto con successo nel caso della catena food, a scelte consapevoli e quindi alla riduzione delle distorsioni del sistema.

In qualità di consumatori, possiamo influenzare attivamente il sistema di produzione e distribuzione dell’abbigliamento, così come abbiamo fatto negli scorsi lustri per il cibo, generando quel cambio di paradigma che si è dimostrato vincente.

Siamo solo agli inizi e la strada sarà lunga, ma è tracciata e l’abbiamo già percorsa nella catena food. Perché noi siamo non solo quello che mangiamo ma, sia esteticamente sia psicologicamente sia – e soprattutto - clinicamente, anche quello che indossiamo.

Al momento attuale, l’attività di ricerca di informazioni, di approfondimenti, di trasparenza è, diciamo così, ostruita e osteggiata, ritengo non casualmente. Anche attraverso l’eccesso di informazioni.

Perché, non solo nel tessile ma nella vita quotidiana, è assai difficile potersi muovere agevolmente e crearsi un’opinione all’interno di una massa mostruosa di informazioni, inimmaginabile sino a pochi anni fa.

“Si pensi che negli ultimi trent’anni è stata prodotta più informazione che nei precedenti 5000 anni e ogni due giorni si crea un volume di dati pari alla quantità generata dall’umanità intera dall’invenzione della scrittura fino al 2003 (ogni minuto vengono inviate più di 200 milioni di e-mail, generate più di 60 ore di contenuti YouTube, 300.000 tweet su Twitter, fatte più di 9 milioni di telefonate) e il modello di crescita dei Big Data è esponenziale” (cit. Casalini).

Comprendo bene perché si parli di “big data” … e le etichette dei nostri capi ci dicono così poco…

La comunicazione dei grandi brand si è già mossa da tempo per promuovere capsule collections c.d. “green”. Questo tipo di comunicazione viene giudicata ipocrita, in quanto si comunica sul “poco” e non sull’enorme ammontare dei capi che compongono un’intera collezione, prodotti sempre secondo i soliti (e insostenibili) paradigmi.

E poi, cosa c’è dietro una “capsule” se non la volontà di proporre un capo extra, in edizione limitata e per così dire esclusivo, che soddisfa le coscienze dei consumatori compulsivi ma moltiplica i capi prodotti e si aggiunge naturalmente ad una proposta già eccessiva e schizofrenica oltre che insostenibile?

Si tratta di un salvataggio mediatico, di un lavaggio delle coscienze, di un opportunismo comunicativo che migliora la percezione di un marchio, in particolare nel fast fashion, in una fantastica politica di “greenwashing”.

Cito nuovamente le parole di Petrini rivolte al cibo circa vent’anni fa, parole che trovo estremamente attuali per il nostro settore: “il cibo (l’indumento) di bassa qualità ha costi spaventosi, che si ripercuotono in prima battuta su chi lo consuma e in un secondo momento (ma non lontano nel tempo) su tutta la comunità dei viventi. Costi di ogni genere: ambientali, economici e sociali.

Perché il ragionamento che abbiamo fatto sul senso della sostenibilità, che si deve perseguire a ogni livello, va fatto in maniera perfettamente parallela se si parla di “insostenibilità”: quella ambientale sarà anche economica e sociale, non c’è scampo. Allora la costruzione di un prezzo – il prezzo reale, complessivo, di un prodotto – deve considerare tutti gli ambiti in cui un prodotto ha agito. I consumatori devono imparare che il valore così come il disvalore di un prodotto entra nella costruzione del prezzo reale, il quale non corrisponde al cartellino del prezzo, ma si misura considerandone tutte le implicazioni, positive o negative.

In queste parole di Petrini c’è una concentrazione di concetti alla quale è ben difficile poter aggiungere qualcosa.

Scegliere un vestito non è quindi una cosa superficiale o di poca importanza, che riguarda solo noi stessi.

Anzi, sappiamo che comporta implicazioni ambientali, etiche e sociali di tutto rilievo.

Le distorsioni e i danni provocati dalla globalizzazione nella nostra filiera sono affiorate in modo evidente.

Il consumo (e non il consumatore) ha assunto un ruolo di centralità nella catena e questa, a tutti i livelli, si è impoverita. Si è trattato non di un’evoluzione ma di un’involuzione, che ha generato una grande omologazione verso il basso.

Ma la direzione intrapresa dal mercato di massa non è irreversibile, il nuovo modello produttivo basato sulla centralità del consumatore e sulla sua consapevolezza è possibile, come è stato dimostrato da quanto avvenuto nella catena food.


E le persone che da qualche anno ricercano e acquistano in modo critico e etico i prodotti della catena food sono le stesse che ricercano e acquistano prodotti della catena fashion: noi.👍👍


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