KANTAMANTO!
Non si tratta di un grido di guerra dell’Africa sub-sahariana…è invece una realtà da poco venuta alla luce e che pochi conoscono ma decisamente significativa e carica di problematiche e domande sul tessile-abbigliamento.
Nell’africa occidentale c’è il Ghana, la capitale del Ghana è Accra, ad Accra c’è uno dei più grandi mercati dell’usato dell’Africa occidentale: Kantamanto.
E’ una comunità, considerata la capitale della vendita dei vestiti donati o scartati dal mondo industrializzato.
Di tutto l’abbigliamento usato, il 40% proviene da soli 3 paesi: Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Europa e Stati Uniti rappresentano il 65% del valore delle esportazioni di abbigliamento usato.
La Cina ha raddoppiato le esportazioni di
abbigliamento usato negli ultimi anni. Le donazioni e le esportazioni di abiti
usati sono infatti direttamente proporzionali al livello di benessere di un
paese.
Ogni balla, contiene vestiti già classificati in altra parte del mondo ed è etichettata per genere e categoria.
All’esterno le balle sembrano tutte uguali, ma all’interno la storia è diversa e nessuno ha il controllo ci ciò che la balla contiene: i capi devono di conseguenza essere riclassificati.Solo 10 anni fa i capi riclassificati come 1^ selezione erano
almeno il 50%, ora si sono ridotti al 10% circa. I capi di seconda selezione
sono circa il 60-70% e il resto, cioè il 20% circa di tutto ciò che arriva, viene
classificato come 3^ selezione: è inutilizzabile perché troppo vecchio o con
difetti troppo evidenti o non adatto e deve essere smaltito. Qui.
Ogni balla di “Dead white man’s clothes” o “Obroni Wawu”, così vengono chiamati gli abiti usati, costa in media al venditore di Kantamanto circa 150-180 dollari, ma può costare anche molto meno o molto di più.
E viene acquistata “al buio” cioè senza conoscerne il contenuto. Dedotti i costi di gestione (affitto bancarella, facchini, pulizie, telefonia, …) il profitto può essere di circa 60-70 dollari. Naturalmente i ricavi dipendono grandemente dal contenuto della balla.
I clienti del mercato sono circa 10000 al giorno e provengono non solo dal Ghana (l’acquisto di abiti usati è normale per buona parte dei ghanesi) ma anche da nazioni vicine nelle quali le importazioni sono illegali e dall’estero nel senso di paesi non confinanti o addirittura lontani, ovviamente tutti a caccia di “affari”.
Acquistare abiti usati conviene. Una camicia può costare solo 1-3 Ghana Cedi (1 Ghana Cedi è pari a 0,18…centesimi di euro), ma se puoi permetterti di spendere 20 o 30 Ghana Cedi, allora puoi trovare abiti semi nuovi e ancora con le etichette, probabilmente giunti lì per qualche piccolo difettuccio di fabbrica.
Anche per le scarpe è lo stesso. Si va a caccia delle marche europee e soprattutto italiane perché tutti sanno che sono le migliori.Acquistare qui è molto più conveniente che indossare un abito di stoffe locali. A Kantamanto c’è un detto “If it’s white is right” – se proviene dall’Occidente (o meglio dai bianchi) allora è fatto bene.
E così l’abbigliamento di seconda mano importato ha via via sostituito l’industria tessile africana.
E infatti Kantamanto è un mercato, un nome che nonostante i suoi pregi ha
assunto una connotazione negativa.
I vestiti donati anche attraverso i programmi di reso dei negozi, scartati, invenduti, la sovraproduzione provenienti dai paesi avanzati, vengono in gran parte venduti ai selezionatori, che a loro volta li vendono agli importatori africani affinchè siano rivenduti in mercati come Kantamanto: noi non avevamo coscienza, sinora, che il nostro vestito dismesso potesse compiere nuovamente il giro del mondo per essere rivenduto e l’acquirente ghanese non ha idea che l’abito sia stato donato gratuitamente…
In questo modo i vestiti riprendono talvolta vita a migliaia di chilometri da dove sono stati utilizzati l’ultima volta e dopo che hanno fatto il giro del mondo per essere confezionati e venduti. Evidentemente nel sistema c’erano delle falle ancor prima della pandemia, a partire dalle nostre abitudini di consumo.Certo, la rivendita di abiti usati crea opportunità di lavoro, ma i profitti dei venditori non sono distribuiti e quindi i lavoratori di Kantamanto continuano a lavorare per sopravvivere e non per vivere decorosamente.
Anche in questo caso i profitti, come in genere avviene nella catena della moda, sono estremamente concentrati.Ma torniamo a quel 20% circa di tutto ciò che arriva a
Kantamanto che è invendibile e deve essere smaltito, parliamo quindi di qualche
centinaio di tonnellate di abiti usati a settimana.
Quindi lo smaltimento, oltre all'impatto dovuto all'ulteriore trasporto, determina un maggiore impatto ambientale.
C’è da aggiungere che le discariche abusive e l’assenza di scrupoli non sono una nostra esclusiva ed esistono anche in Africa, per cui parte dei rifiuti di Kantamanto vengono raccolti e scaricati sulle spiagge (creando enormi catene aggrovigliate di vestiti chiamate “tentacoli nella sabbia”), scaricati in corsi d’acqua, bruciati all’aperto o semplicemente abbandonati. I rifiuti tessili smaltiti, che vengano bruciati o meno, sono sempre fonte di gas serra.
“Lontano dagli occhi lontano dal cuore”: è un detto popolare davvero azzeccato in questo caso. Il problema dello smaltimento è stato spostato, in altra parte del mondo con minor tecnologia, come è stato in precedenza per la produzione più impattante, sostenendo anche i costi economici ed ambientali del trasporto: una beffa.Ogni giorno vengono raccolte a Kantamanto oltre 60 tonnellate di rifiuti tessili, destinate alla discarica di Kpone, l’unica modernamente attrezzata, che ha raggiunto in soli 4 anni e con enorme anticipo la sua capienza massima.
Vicino alla grande discarica c’è una baraccopoli e qualche anno fa è scoppiata un’epidemia di colera. Nel 2019 Kpone è anche andata a fuoco...L’eccesso di rifiuti tessili provenienti da mezzo mondo è un
peso divenuto insostenibile e una responsabilità crescente, per tutti: ci sono
interi paesi che sono letteralmente sommersi dai rifiuti tessili. Si parla di
colonizzazione dei rifiuti. Il viaggio dei nostri vestiti imperfetti o dismessi è lungo e ora è tristemente
terminato.
Soluzioni?
Vestiti di qualità superiore e più durevoli, maggior utilizzo degli stessi per meglio ammortizzare la spesa e ridurre l’impatto. I veri criteri per definire qualità e valore derivano da tessuto, stile e vestibilità. Penso all’upcycling: gli abiti usati di qualità possono diventare materia prima dell’industria creativa e qualcuno si è già mosso in questo senso, ad esempio il progetto Blue of a Kind di Fabrizio Consoli riguardante la riprogettazione di jeans vintage.Sarebbe davvero bello vedere i nostri centri commerciali modellati su Kantamanto, con designer, sarti, tintori e riparatori che lavorano direttamente con noi, con i nostri capi…ma deve valerne la pena!Ecco che torniamo al centro della questione: chi ha il potere di cambiare questo modello di business?
Il consumatore, con la sua consapevolezza, il suo portafoglio e la sua voce, invertendo le proprie priorità.Del resto, secondo una recentissima analisi Accenture, a seguito della pandemia il 50% delle persone ha rivisto le proprie priorità…perché il covid-19 ha modificato i bisogni e ne ha creati di nuovi.
Le domande potenti del consumatore sono quelle che, partendo dall’acquisto e dalla valutazione dell’etichetta arrivano alle aziende, aziende che per far tornare i propri conti devono produrre e vendere ciò che i consumatori richiedono.
Gli strumenti
ci sono.💪👍
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