ETICHETTA
L'etichetta....un racconto...tante cose da interpretare....ne valorizziamo anche il contenuto?
Il significato di etichetta è quello di “cartellino che si attacca sopra bottiglie, scatole, casse o altri recipienti con l’indicazione della qualità, della quantità, del valore di ciò che vi è contenuto”.
Quantità, qualità, valore…
Dal punto di vista legale, in tutta l'Unione
Europea i prodotti tessili per essere posti in vendita al consumatore
finale devono riportare un contrassegno o un'etichetta
saldamente fissata con l'indicazione della composizione fibrosa, l'eventuale
presenza di parti non tessili di origine animale, il responsabile della
immissione in commercio e un elemento che consenta l’identificazione univoca
del prodotto (es: modello, serie, partita, codice a barre,…).
Il fabbricante, all'atto dell'immissione di un prodotto sul mercato, garantisce la fornitura dell'etichetta o del contrassegno e l'esattezza delle informazioni ivi contenute. Se il fabbricante è extra-UE, tali incombenze ricadono sulla figura dell'importatore. All'atto della messa a disposizione sul mercato di un prodotto tessile, anche il distributore garantisce che esso rechi l'etichetta o il contrassegno appropriato. Il distributore è considerato fabbricante qualora immetta un prodotto sul mercato col proprio nome o marchio, lo etichetti o ne modifichi il contenuto.
Per quanto riguarda la composizione fibrosa del prodotto si utilizzano le denominazioni delle fibre elencate nell'allegato I del Regolamento UE n.1007/2011.
Le fibre devono essere riportate in lingua
italiana, per esteso, con caratteri tipografici leggibili e chiaramente
visibili, in ordine decrescente di peso. Le etichette devono essere tradotte in
tutte le lingue ufficiali dei territori UE in cui i capi saranno messi a
disposizione del consumatore.
L'eventuale presenza di parti non tessili di origine animale (come ad esempio pelliccia, pelle, avorio) deve essere indicata obbligatoriamente con la seguente frase "Contiene parti non tessili di origine animale".
Le denominazioni delle fibre tessili e le descrizioni delle composizioni fibrose devono essere indicate chiaramente anche nei documenti commerciali di accompagnamento.
Nelle fasi antecedenti la vendita al
consumatore finale, l'etichetta può essere sostituita dai documenti
commerciali, che devono riportare i dati e le denominazioni fibrose.
Naturalmente tutto quanto abbiamo rilevato dal punto di vista legale si riferisce all’etichetta interna cucita in un capo, quella che per intendersi spesso e colpevolmente non si valuta.
Al di là tuttavia dell’aspetto
linguistico e legale, mi piace invece pensare a quante cose ci sono dietro
un’etichetta! Vediamo.
Le etichette esterne, i cartellini, e i pendagli sono di moda, visibili, immediatamente identificabili, apprezzabili, elementi che comunicano un’immagine e danno una connotazione al capo. E il loro mercato è in crescita, la cura dei dettagli è sempre maggiore e il materiale sempre più “cool”.
Altra cosa è valutare se quanto viene comunicato non sia uno “specchietto
per le allodole”, soprattutto in senso green…quindi valutare la coerenza tra
etichetta esterna, capo e contenuto, tra dichiarato e reale.
Passando all’etichetta cucita all’interno dei capi, talvolta
è piccola, povera e poco appariscente ma è di grande importanza: è destinata
agli acquirenti più accorti, evoluti, curiosi, consapevoli: questa etichetta è
quella che comunica la sostanza e attraverso la quale è possibile verificare la coerenza di cui sopra dicevamo.
E’ anche vero che per rispondere a tutte le domande un’etichetta dovrebbe essere un pamphlet, un opuscolo…
Dietro ad ogni capo di abbigliamento
ci sono piante, persone, microrganismi, sostanze chimiche (non necessariamente
negative), combustibili fossili, tutta una catena di prodotti, lavorazioni e
persone, produzione e distribuzione che non possiamo più evitare di considerare.
Cosa ci dice e cosa non ci dice l’etichetta di un capo
d’abbigliamento?
L’etichetta ci dice dove è stato prodotto un capo e quindi chi ha prodotto il nostro capo.
Ad esempio: “made in …”.
Se invece trovo “styled in…” o “designed in…” o “distribuito da …” vuol dire che il capo è stato sicuramente prodotto in un luogo diverso, con tutta probabilità dall’altra parte del mondo, penso a Cina, Bangladesh, Thailandia, Cambogia, Indonesia, Sri Lanka, Etiopia.
Spesso
non solo l’acquirente ma nemmeno il venditore del capo conosce o si interessa
al luogo in cui è stato prodotto: non si conosce o si sottovaluta il
funzionamento della catena di approvvigionamento e si tende così ad ignorare
l’impatto reale dell’industria della moda. Perché?
Perché, volendo usare un eufemismo, la catena tessile non è oggi un emblema di trasparenza: le informazioni sono spesso frammentarie e imprecise. Gli stessi marchi non hanno una conoscenza precisa delle proprie supply chain e questo può portare anche a disinformazione.
Non me ne vogliano i guru del marketing, ma per troppi anni il potere è stato del marketing e della comunicazione, per generare continui bisogni legati all’acquisto d’impulso di capi commercializzati (e prodotti da altri e soprattutto in altra parte del mondo, con catene di approvvigionamento poco sostenibili).
E la produzione? E la responsabilità del marchio, l’impegno, il capitale, il lavoro
e il rischio connessi? La catena del valore tiene conto di ciò? Il valore è distribuito abbastanza equamente nella supply chain? Oppure questa supply chain così lunga e frammentata è insostenibile?
Il tessile-abbigliamento è un’industria di dimensioni notevoli, è un’industria labour-intensive che impiega milioni di persone, oggi soprattutto nei paesi a basso costo della manodopera. Si tratta soprattutto di manodopera femminile, che in taluni paesi è spesso sottopagata e opera in condizioni di lavoro a dir poco precarie. Pensiamo al Rana Plaza, a Dacca nel 2013: un simbolo.
Qualche numero per inquadrare le reali dimensioni del problema.
La WTO ci spiega perché la Cina è stata definita la “fabbrica del mondo”.
Nel 2015 la Cina ha esportato 284 mld. di dollari di prodotti tessili-abbigliamento, circa il 43% del mercato globale, scesi a 119 mld. nel 2018, poichè altri Paesi più economici sono subentrati….
Il secondo esportatore mondiale, l’India, aveva nel 2018 un export del 6% (soltanto) rispetto al mercato globale.
La produzione annua di tessuto in Cina è nell’ordine dei 40-45 miliardi di metri.
Nel 2000, tra
le 500 imprese globali elencate da Forbes, 27 erano cinesi. Oggi sono 124, di
cui 91 finanziate dal governo e con interventi politici considerevoli.
L’Accordo Multifibre del 1974 (MFA), basato su un sistema di quote di importazione da un Paese, quindi un’eccezione all’interno del Gatt, ha messo le basi per la corsa al ribasso che abbiamo vissuto, consentendo ai marchi e alle aziende in precedenza produttive e poi solo “commerciali” di spostare le produzioni in Paesi che non avevano raggiunto le quote di produzione, dove il costo era ancora più basso.
Tutto ciò prima che la Cina entrasse nella WTO nel 2001, scompaginando i programmi internazionali, sino alla totale eliminazione delle quote nel 2005.
Nel 2001 il pil della Cina era di 1.339 mld. di dollari, nel 2021 intorno ai 15.000 miliardi di dollari: in questo periodo c’è stato lo sviluppo esponenziale dei commerci e lo spostamento del baricentro economico globale verso est.
Il tutto agevolato da consistenti interventi e sovvenzioni statali di tipo “politico”, dal basso costo dell’energia, da una minor attenzione sociale e ambientale, da un’apertura a senso unico di taluni mercati, da tutta una serie di regole mai rispettate a fronte di impegni presi.
La Cina non è diventata un’economia di
mercato, i cinesi sanno di non essere un’economia di mercato ma ad oggi dettano
le regole del commercio iper-globalizzato.
D’altro canto, pensando alla storia del tessile e dell'abbigliamento, mi risulta che questo sia stato l’approccio della prima fase industriale anche in occidente…la coscienza ambientale, sociale e di governance, con i costi ad essa connessi, sono arrivati successivamente.
Quindi ben lungi dal demonizzare.
Penso piuttosto che, come ho già avuto modo di affermare, non tutti i prodotti e i livelli di prodotto debbano avere la stessa supply-chain.
Una supply chain può essere più o meno lunga, quindi più o meno rischiosa, più o meno economica e più o meno impattante. Il mercato è ampio, multilivello e lo spazio c’è per tutti, a patto di non voler tutto e subito in termini di profitto generando montagne di utili a fronte dell’utilizzo di catene di approvvigionamento destinate ad altri prodotti, più standardizzati ed economici, che hanno tutto il diritto di esistere a fronte di una domanda.
E’ emblematico il fatto che proprio i paesi con maggior produzione nel tessile-abbigliamento siano i paesi attualmente più colpiti o più a rischio dal punto di vista climatico e ambientale.
Poiché, come si dice, se
errare è umano, perseverare è diabolico, l’intento è quello di non ripetere gli
errori commessi nello sviluppo industriale occidentale, nonostante qualcuno dall’altra
parte del mondo possa rispondere: “l’avete fatto voi, ora non dite a me che è una scelta
sbagliata!”
La storia del tessile è significativa nello sviluppo economico dei Paesi.
Dal punto di vista storico, il cotone era detto “oro bianco”, portò al colonialismo (pensiamo alle Compagnie delle Indie), alla diffusione della schiavitù per la raccolta del cotone nelle piantagioni negli Stati Uniti del sud, alla necessità di aumentare le terre coltivate a cotone ai danni dei nativi e alla creazione del sistema economico in cui ancor oggi operiamo.
Il
cotone ebbe infatti un ruolo di primo piano nella prima rivoluzione
industriale. Ma chi finanziava gli stati schiavisti del sud, acquistando il
cotone così prodotto? Gli acquirenti: quindi le pratiche illegali furono sostenute anche dall’esterno.
Oggi si parla di sfruttamento del lavoro e delle terre, di rischi per la salute di chi lavora e di chi indossa, di non sostenibilità del sistema lineare di sviluppo: il problema di fondo è che la parte “sporca” della catena è stata solo spostata in altra parte del mondo, voltandosi dall’altra parte e con una certa dose di miopia.
Non si possono affrontare tutte queste problematiche in Italia o in Europa senza considerare ciò che avviene nei Paesi dove la produzione tessile e le relative problematiche sono state spostate.
L’impatto climatico, ambientale e sociale non ha confini territoriali se non nel brevissimo.
E' anche necessario aggiungere che, con lo spostamento ad est del
baricentro economico e produttivo, la promessa di prosperità o per
lo meno di benessere all’interno della catena non è andata a buon fine, sia per
chi acquista ma non ha più le produzioni sia per chi le produzioni le ha ma in un
ambiente inaccettabile anche dal punto di vista sociale, con il continuo
rischio di essere "superato a destra" da Paesi più “competitivi”, cioè da
nuovi protagonisti della corsa al ribasso nei prezzi…
Ho recentemente letto la percentuale di abbigliamento prodotto all’estero, dove per estero si intende oltreoceano, indossato dagli statunitensi: 5% a fine anni ’60, 25% fine anni ’70, 98% attualmente. Nemmeno un paio di jeans dei più blasonati marchi viene più prodotto in Usa.
Il cataclisma economico e sociale scatenato dai due anni di pandemia ha messo davanti ad uno specchio produttori e consumatori: le responsabilità sono evidenti e abbiamo verificato che il piatto della bilancia non è più in equilibrio.
Il modo in cui ci vestiamo, cosa acquistiamo, ci mette davanti alle nostre responsabilità di consumatori: possiamo valutare diversamente un certo tipo di acquisto cui siamo stati indotti.
Il nostro comportamento ha un impatto e la nostra consapevolezza di consumatori è cresciuta. E non vorrei peccare di ottimismo nel pensare che crescerà ancora nei prossimi decenni: le nuove generazioni avranno sempre più peso sociale ed economico.
La provenienza di un certo capo ci può far pensare alla
sua sostenibilità non solo ambientale ma soprattutto sociale…siamo così tornati, dopo questa divagazione, alla nostra etichetta.
Un altro elemento evidenziato negli ultimi 2 anni, dopo il tramonto del sogno del “villaggio globale” è quello della sicurezza e continuità della supply chain: i rapporti tra i paesi sono cambiati e anche gli ultimissimi mesi ci insegnano che il rischio di “shortage” se non addirittura di mancanza di prodotti è assolutamente reale.
Non tutte le catene, o per lo meno non tutti
i livelli di prodotto necessitano della stessa supply chain, con relativa
lunghezza, quantità e qualità, costo, impatto (nel senso olistico del termine)
e rischio.
L’etichetta ci dice anche la fibra di cui è composto il
nostro capo, quindi il cosa.
Possiamo valutare quanto è sostenibile il nostro capo: teniamo presente che i prodotti chimici potenzialmente più pericolosi come fertilizzanti, diserbanti, insetticidi, vengono sparsi sui campi utilizzati per la coltivazione intensiva ad esempio del cotone c.d. “convenzionale”.
Allora si può pensare di passare al cotone “biologico”: peccato che il biologico si riferisca normalmente al solo metodo di coltivazione nel campo e non tenga in considerazione le fasi successive di filatura, tessitura, tintura, lavaggio, finissaggio, fasi pesantemente impattanti se non realizzate in maniera attenta, controllata e lungimirante. Quindi biologico non è sinonimo di sostenibile.
Poi c’è anche qualche problema in Asia relativamente alle certificazioni del
cotone biologico la cui offerta è cresciuta a dismisura in pochissimo tempo: è
capitato recentemente che il cotone convenzionale sia stato certificato come
biologico, potere dell’uomo….
L’etichetta ci dice anche come trattare il capo: le c.d. “care instructions”.
A livello europeo non esistono norme che armonizzino quanto disciplinato sull’etichetta di manutenzione nei vari stati membri.
A livello italiano non ci sono disposizioni di legge che chiariscano l’obbligo dell’etichetta di manutenzione. Trattandosi però di un’informazione rivolta all’utente finale, se presente, deve essere formalmente corretta e corrispondente alla realtà.
In Europa, laddove obbligatoria, l’etichetta di manutenzione prevede l’uso di simboli grafici internazionali.
Naturalmente le care instructions sono fornite in modo che il produttore abbia un margine di tutela dai comportamenti spesso sconsiderati degli acquirenti: è doveroso ammettere i limiti e la scarsa attenzione dei consumatori, mi ci metto anch’io... Pensiamo solo ai rischi connessi all'uso del tumbler e alle temperature…
Questo mi porta a dire due parole sulle fibre sintetiche, cioè quelle derivate dai combustibili fossili: poliestere, nylon, acrilico, elastan.
Da notare che il consumatore conosce poco l’elastan, se non con i suoi nomi commerciali di lycra® e spandex®.
Il poliestere è la fibra tessile più utilizzata al mondo ed ha avuto negli ultimi anni una crescita esplosiva: possiamo affermare che i combustibili fossili, con la loro impronta ambientale, sono parte integrante del nostro del nostro guardaroba.
Chi non ha un paio di pantaloni stretch o un
pile o una maglietta “tecnica” per la montagna o l’attività sportiva? E chi non
ha un capo elasticizzato e così confortevole?
Il nome PET è invece piuttosto conosciuto: è la sigla del polietilentereftalato, della famiglia dei poliesteri. Viene prodotto con petrolio o gas metano. Servono circa 1,9 kg. di petrolio grezzo per realizzare 1 kg. di Pet. Di Pet sono fatte, ad esempio, le bottiglie di plastica.
Oggi è un materiale riciclabile, quindi da un certo punto di vista più sostenibile, si fa la raccolta differenziata proprio per questo!
Ad una certa temperatura questo
materiale si scioglie e viene estruso (pensiamo alla macchina per la pasta) per
creare filamenti continui di poliestere i quali, tra loro ritorti creano il
filato di poliestere. Oltre la metà del poliestere a livello
globale viene prodotto nella “fabbrica del mondo”.
Ci sono però delle problematiche legate al poliestere:
primo: come diceva la Du Pont che l’ha introdotta sul mercato, la plastica è eterna, non solo in una suppellettile ma purtroppo anche in un abito;
secondo: il poliestere ha un impatto maggiore sull’ambiente;
terzo: il rilascio delle micro-plastiche al lavaggio domestico, che anche i migliori filtri non possono trattenere nonostante tutti i nostri accorgimenti. Le fibre sintetiche rilasciano infatti più micro-fibre dei tessuti naturali. Le plastiche le vediamo, le micro-plastiche no, sono invisibili ma sono arrivate ovunque, perché ogni anno le micro-plastiche rilasciate nell’ecosistema marino sono nell’ordine delle decine di migliaia di tonnellate e risalgono anche la catena alimentare.
Ripenso alla responsabilità ambientale e sociale delle imprese e mi tornano in mente la teoria degli “stakeholder” e la teoria degli “shareholder”.
Solo due parole, lo so è una digressione…
Stakeholder è chiunque abbia un interesse nell’impresa, sia esso soggetto pubblico, privato, azionista o dipendente.
Shareholder sono gli azionisti, i possessori di quote di capitale.
Nel momento in cui si è ritenuto che la responsabilità sociale dell’impresa fosse esclusivamente quella di massimizzare i profitti, bene in quel momento si è passati dalla teoria degli stakeholder alla teoria degli shareholder.
Il vantaggio non è stato destinato a tutti gli interessati, il profitto massimizzato non è stato nemmeno distribuito nella catena tessile, che allora come oggi, in assenza di una presa di coscienza rischia di collassare.
La
parola stakeholder, connessa alla responsabilità d'impresa, è ora tornata di moda.
Ho recentemente trovato interessantissimo un altro dato: gli operai del settore abbigliamento, laddove l’abbigliamento viene in gran parte prodotto, guadagnano tra lo 0,5% e il 4% del costo al dettaglio dei vestiti che producono. Briciole.
Il problema è che le regole non sono uguali nei vari paesi e più ci allontaniamo dell’Europa più questa differenza è evidente.
Non giochiamo tutti con le stesse regole e c’è il rischio/realtà di creare e foraggiare sistemi moderni di schiavitù.
Ma non stiamo giocando e non c’è bisogno di leggi: sarebbe invece necessario che la corsa al ribasso del committente sia limitata dal rispetto di minimi salariali decenti e un minimo di protezioni sociali: queste condizioni possono essere assolutamente migliori di quelle in corso presso i principali sub-fornitori del continente asiatico e africano. Ciò implica un maggior controllo sui committenti, vere multinazionali generatrici di straordinari redditi.
Le azioni correttive hanno un costo per la società e
per le aziende: ma la competitività non si misura solo con il prezzo!
Non è plausibile massimizzare i profitti commerciali evitando il rischio produttivo d’impresa e non distribuendo nella catena di approvvigionamento, necessaria, una parte dell’enorme valore creato in anni di “marketing power” a fronte dell’incoscienza generata nel consumatore, mettendo di fatto i paesi produttori in competizione e disincentivando i governi locali alla protezione dell’ambiente e dei lavoratori anche attraverso broker che operano a livello globale aggiungendo opacità alla supply chain. Non è qualunquismo.
Questa è la fotografia di un business-model sinora praticato e in via di cambiamento. Anche qui, troppo ottimismo? Non so.
Certo è che reshoring o per lo meno nearshoring, in parte già in corso d’opera per ridurre il rischio connesso a una supply chain non controllabile, devono fare i conti da un lato con l’abitudine a prezzi diciamo così “orientali”, dall’altro con l’avvenuto smantellamento di intere catene produttive ora da ricreare, in assenza dei tecnici formati e preparati per condurre tali catene.
Il “mismatch” tra domanda e offerta di professionalità tecniche di cui parlano gli imprenditori. E qui spezzo una lancia a favore degli I.T.S. Academy!
Tornando alla nostra etichetta, non ci dice quali prodotti chimici, come già detto non tutti negativi, siano stati utilizzati, dal campo alla filatura, dalla preparazione alla tintura, dal lavaggio alla stampa alla confezione.
Certo ci sono degli standard sempre più stringenti relativi ai prodotti non consentiti.
Resta però il fatto che chi acquista un capo non ha l’etichetta ad aiutarlo: ecco che diventa ancora più importante la responsabilità dei brand multinazionali.
Ad oggi questa responsabilità si basa su codici di condotta: sono lo strumento con il quale i brand intendono dimostrare che hanno a cuore l’ambiente e i diritti dei lavoratori. L’impressione è che questi codici siano anche uno strumento per evitare qualsiasi responsabilità nel caso di comportamenti non coerenti nelle unità produttive dall’altra parte del mondo.
Inoltre è evidente nel mercato uno squilibrio nei rapporti di forza tra marchi e vendor, o meglio squilibrio tra i c.d. codici di condotta e quanto i marchi sono disposti a pagare per farli rispettare: salari e condizioni possono essere equi o per lo meno accettabili solo a fronte di prezzi di vendita equi, altrimenti i conti non tornano.
E’ necessario poi considerare che nelle fabbriche del mondo, grandi aziende producono capi per vari marchi, di vario livello, con le stesse materie prime, gli stessi impianti e le stesse persone. Cambia l’etichetta, l’accessorio personalizzato e forse qualche cucitura, ma certamente non la sostanza.
Se i marchi e le aziende si scrollano di dosso la responsabilità ambientale e sociale, mi chiedo allora quale sia il marchio o l’azienda davvero etica o sostenibile che sia essa slow o fast.
Quindi massima attenzione alle etichette in generale e a ciò che ci viene comunicato.
Mi ricollego a quanto ho già esposto riguardo la
sostenibilità: che lo ammettiamo o meno, l’abbigliamento che scegliamo di
acquistare ha un impatto: è la nostra scelta, la nostra attenzione, la
nostra consapevolezza che, a ritroso nella catena tessile consente di produrre
e distribuire in modo diverso. Pensiamo sempre a cosa c’è dietro all’etichetta,
dietro a ciò che acquistiamo: al cosa, al dove, al chi.
D’altro canto, la filiera è composta di industrie, che realizzano filati, tessuti e capi: tutti possiamo e dobbiamo impegnarci concretamente e responsabilmente per ridurre il nostro impatto, è necessario.
Ma un impatto
ci sarà sempre: l’impatto zero è disinformazione.
Del resto le aziende potranno produrre solo ciò che il
mercato chiede. E chi è il mercato?💭😉
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