COLORE
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| Photo by Daniele Levis on Unsplash |
“Il colore informa, come nelle mappe, seduce, come in pubblicità, narra, come al cinema, gerarchizza, come nelle previsioni del tempo, organizza, come nell’infografica, valorizza, come nei cosmetici, distingue, come negli alimenti, oppone, come nella segnaletica stradale, si mostra, come nei campionari, nasconde, come nelle tute mimetiche, si ammira, come nelle opere d’arte. Infine, nell’esperienza di ciascuno, piace. Tutto questo accade grazie a qualche tecnologia, in primis quella dei mass-media, che comunicano e amplificano le abitudini cromatiche. Il pubblico osserva, sceglie, impara; finchè queste consuetudini non standardizzano la percezione e il colore comincia a parlare da solo, al punto da sembrare un fatto naturale”
(R.
FALCINELLI – Cromorama – Ed. Einaudi, Torino, 2017)
Se posso permettermi un consiglio, questo volume è da leggere, illuminante.
Prendiamo il più conosciuto dizionario, non appena troviamo la parola “colore” c’è da perdersi, con numerose definizioni e relative ramificazioni, a dimostrare quanto trasversale sia il termine colore e quante siano le discipline che lo utilizzano.
Nel linguaggio comune, parlando di un colore ci si riferisce alla sensazione visiva che si ha osservando quell’oggetto alla luce naturale: si parla di una stoffa grigia, gialla, rossa, di lana verde o azzurra, di seta celeste o turchina, di colore bianco, nero.
Molto spesso per la definizione del colore, quindi puro, tinta, tono, ombra, intensità, si ricorre a nomi di oggetti o sostanze ben note: colore arancio, avana, caffè, canarino, cannella, cenere, ciclamino, crema, fragola, malva, mattone, nocciola, viola, ecc., eventualmente aggiungendo un attributo: rosso scarlatto, rosso vino, giallo cromo, verde smeraldo, verde bottiglia, verde oliva, verde pisello, verde bandiera, grigio perla, ecc.; in altri casi associamo i nomi di due colori per definire tonalità intermedie: rosso bruno, verde azzurro, grigio verde.
Altri riferimenti sono di origine geografica, ad esempio: terra di
Siena, blu di Prussia, blu Oltremare, rosso Magenta.
Il colore di un tessuto non è solo una sensazione o un attributo, ma è più spesso un’icona, un’idea, una divisa, un’appartenenza, una cultura, un’aspettativa: il colore diventa tutt’uno con la persona o l’oggetto che lo indossano ed è difficile pensarlo altrimenti.
Pensiamo a
“La petite robe noire”, il tubino nero indossato da Audrey Hepburn, alla
camicia bianca indossata da Katherine Hepburn, al “rosso Valentino” che
identifica un ben preciso colore, lo stesso per il “rosso Ferrari”, all’iconico
film “The woman in red”, a Julia Roberts che nel film “Pretty woman” veste
guarda caso di rosso…. e per colore si intende anche il non colore.
La società delle immagini è necessariamente la società del colore.
Il colore viene normato e classificato: esistono standard cromatici utilizzati anche nel settore della moda, cioè sistemi per l’identificazione biunivoca colore-codifica.
I pezzi unici esistono ma non sono la norma, in quanto il colore contribuisce a generare una mentalità.
La non uniformità di
colore nel mercato può addirittura essere considerato un difetto: ecco perché
spesso su capi c.d. “trattati” troviamo etichette esplicative del tipo “trattato
con un sistema artigianale: eventuali irregolarità del colore o imperfezioni sono
da considerarsi caratteristica intrinseca e valorizzante del capo e del
trattamento subito”. E’ un modo per spiegare e promuovere l’unicità in un
ambito dove l’unicità non è prevista.
In effetti, come consumatori siamo normalmente inclini a preferire il capo più uguale agli altri, in quanto acquistiamo non il singolo oggetto ma la sua idea.
Il design industriale e quello tessile producono delle rappresentazioni, dei discorsi, dei convincimenti, dei miti, un c.d. immaginario cromatico.
Spesso, nel proporre e promuovere un tessuto si fa riferimento a un “mood” o “mood-board”, cioè a un tema di riferimento.
Altro argomento è capire chi e perché ha definito questi mood e questi colori.
Se poi un colore ha un grande successo, vive di vita propria e diventa un
archetipo, diventa il colore di quel capo per antonomasia, creando una categoria
di riferimento.
E’ interessante pensare al colore icona di un certo abito o oggetto.
Penso poi all’importanza fondamentale del colore di presentazione di un tessuto o di un capo di abbigliamento: quasi sempre nell’abbigliamento il colore di presentazione è il più venduto.
Succede anche nell’automotive. La scelta del colore non è di poco conto.
In passato, poi, il costo dei colori, di origine naturale, era diverso da uno all’altro: ciò ne spiega la diversa diffusione. Ora, con i colori di origine sintetica, non esiste più tale differenziazione di prezzo.
Il colore nel tessile ha a che fare con creativi, chimici, tessitori, tintori, stampatori, industriali, pubblicitari, commercianti e venditori, consumatori.
Le problematiche da affrontare relativamente al
colore sono davvero tante: pensiamo alla “resa” del colore, al tipo di
tintura o stampa, alla solidità del colore, alla sua uniformità, agli effetti
sulla “mano” del tessuto, alla sostenibilità delle tinture e al loro impatto
ambientale, al costo dei coloranti.
Tante volte si sorvola sul fatto che il tessuto è fatto non solo di fibra (magari sostenibile) ma anche di colore, quindi di coloranti e ausiliari (magari inquinanti). Per preparare e colorare un tessuto serve anche l’acqua, di per sè limitata.
Esiste, attualmente e fortunatamente, un’ampia letteratura sul tema della sostenibilità, anche legata al colore.
Si ipotizza che la quantità di coloranti utilizzati nel settore tessile sia di circa 10.000 tonnellate/anno, dei quali oltre l’80% di origine sintetica.
I coloranti naturali sono di per se sostenibili, ma per avere un’adeguata solidità devono scontare la necessità di aderire al tessuto tramite un “mordente” chimico che sostenibile non è.
I fissativi o mordenti naturali come
sale, aceto o cremor tartaro (un sale sempre più utilizzato in cucina, ottenuto
come sottoprodotto dalla lavorazione del vino; unito al bicarbonato di sodio
sviluppa proprietà lievitanti, quindi validissimo sostituto dei lieviti chimici)
danno purtroppo risultati non eclatanti.
I coloranti naturali derivano da fiori, frutta, spezie, radici, ortaggi. Eccone, a titolo di esempio, alcuni: melograno, the, zafferano, curcuma, caffè, vino rosso, sambuco, more, carote, ciliegie, uva, mirtillo rosso.
Evidente l’importanza della sostenibilità dei prodotti e processi connessi al colore. C’è poi da dire che sono le fibre naturali di origine vegetale e in minor misura quelle di origine animale quelle più ricettive al colore naturale.
Osservo la Color Wheel ® = a guide to mixing color for amateur and professional use: colori primari, secondari e terziari, colori caldi e freddi, intensità, luminosità, saturazione, colori puri e relativa tinta, tono e ombra, scala dei grigi, colori chiave; relazioni tra i colori: armoniosità e abbinamenti monocromatici, o tra colori analoghi o tra colori complementari, abbinamenti tra split complementary, triad o tetrad.
Insomma, definito un colore c’è
l’opportunità di valutarne l’eventuale abbinamento, lo spunto per creare
cartelle colori cromaticamente valide e per approfondimenti sull’argomento
“colore”.
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