IL TESSILE-MODA IN ITALIA

 


Lo sappiamo, uno dei fiori all’occhiello della bilancia commerciale italiana è il settore tessile-moda.

Questa industria ha tutte le sue problematiche ma resta ancora un elemento primario della nostra economia e un esportatore netto, sia pur non sufficientemente riconosciuto e supportato se non per l’aspetto più “patinato”.

E l’aspetto più patinato riguarda solo la parte finale della catena.

Il settore, strategico in termini di valore aggiunto e occupazione, ha subito un’importante battuta d’arresto con la pandemia sia dal lato dell’offerta che dal lato della domanda, considerati il mutamento nelle esigenze dei consumatori e la dimostrata debolezza della supply-chain, con significative criticità nell’approvvigionamento e nella distribuzione.

Nel 2020 il tessile-moda ha esportato infatti quasi 47 miliardi, con una contrazione del 18% circa sul 2019, contrazione solo in parte recuperata nel 2021, anno considerato di ripartenza, a causa del protrarsi delle problematiche pandemiche e delle criticità di approvvigionamento. Le crisi dovute a queste criticità hanno generato i fenomeni del reshoring e nearshoring di talune produzioni: sono cioè state applicate strategie al fine di ridurre il rischio di una supply chain troppo globalizzata, lunga e fuori controllo.

Profondi cambiamenti strutturali nel settore sono in corso, tant’è che alcuni parlano di quarta rivoluzione industriale. Nuove sfide devono essere necessariamente accettate per adeguarsi a nuovi modelli di consumo in termini di:

- ricerca e innovazione

- sostenibilità ambientale e sociale

- impatto ambientale della filiera

- responsabilità EPR

- circolarità

- upgrade qualitativo

- digitalizzazione e integrazione tra canali digitali e fisici per intercettare le esigenze delle nuove generazioni che si affacciano sul mercato con nuove priorità d’acquisto

- consapevolezza dei consumatori

- trasparenza e tracciabilità

Questi cambiamenti e queste sfide sono parte integrante del sistema e delle strategie di sopravvivenza e sviluppo poste in essere nella nostra filiera.

La catena del valore, sempre più internazionale negli ultimi anni, è lunga e articolata: pensiamo a coltivazione (fibre vegetali), allevamento (fibre animali), estrazione degli input produttivi del processo tessile (fibre chimiche), progettazione, produzione tessuti e capi in tutte le loro fasi, distribuzione, consumo e smaltimento a fine vita ….

e pensiamo all’impatto ambientale e sociale di questa catena, impatto che con il fast fashion é diventato ancor meno sostenibile.

Certo, il tessile è un comparto che ha una struttura più “capital intensive” rispetto all’abbigliamento, ma sono settori assolutamente interdipendenti e le logiche economiche, così come i rischi non cambiano.


L’interdipendenza deriva dal fatto che l’output dell’industria tessile è il principale input dell’industria della moda, anche se il tessile, soprattutto quello tecnico, è input anche di parecchi altri comparti. Basti pensare agli utilizzi dei tessuti nei settori dell’automotive, della protezione e dpi, dei filtri, dell’igiene, della medicina, dell’edilizia …..

A livello mondiale, nel 2020 il settore tessile-moda ha generato un export di quasi 900 miliardi, circa due terzi dei quali di abbigliamento e calzature, il 23% di prodotti tessili e il restante 9% di pelli e prodotti in pelle.

I comparti sono stati colpiti in modo diverso dalla pandemia: pelli - 23,6%, tessile -16,2%, abbigliamento e calzature -4,7%. Il primo esportatore mondiale è di gran lunga la Cina con 316 miliardi di export, pari a circa il 35% del totale. L’Unione Europea segue con oltre 237 miliardi; Vietnam, Bangladesh e India, paesi dai quali sempre più frequentemente provengono tessuti e capi, esportano prodotti in media per 39 miliardi ognuno. Le esportazioni turche ammontano a circa 25 miliardi, gli Stati Uniti hanno esportato circa 24 miliardi. L’UE è quindi il secondo esportatore globale ed è anche il primo importatore, seguita da Usa e Giappone.

Se parliamo di saldo commerciale, i paesi emergenti, ora non più frenati dall’MFA (Accordo Multifibre), hanno un notevole avanzo commerciale, nel senso che le esportazioni superano di gran lunga le importazioni. La Cina ha un avanzo commerciale di oltre 270 miliardi. Al contrario, quasi tutti i Paesi c.d. “avanzati” hanno saldi commerciali profondamente negativi nel settore tessile-abbigliamento, con l’eccezione dell’Italia, terzo esportatore mondiale con 47 miliardi circa, a fronte di importazioni per 30 miliardi. Questa eccezione italiana è dovuta anche alla qualità dei nostri prodotti destinati all’esportazione.

Dal mio punto di vista è proprio questa l’eccezione che dobbiamo tutelare...e non parlo di protezioni doganali, ma di humus su cui il sistema, i distretti e le singole aziende possano vivere, produrre, vendere: perchè lo scopo dell'azienda è questo.

Da dove importiamo (dati Istat 2020): Cina (7,7 miliardi), Francia (2,4 miliardi), Spagna (1,8 miliardi), Germania (1,8 miliardi), Paesi Bassi (1,2 miliardi), Bangladesh, Turchia e Romania (1,2 miliardi), Belgio (1 miliardo), Svizzera (0,8 miliardi).

Dove esportiamo (dati Istat 2020): Svizzera (6,4 miliardi - è un hub logistico), Francia (5,2 miliardi), Germania (4,3 miliardi), Usa (2,9 miliardi), GB (2,9 miliardi), Cina (2,2 miliardi), Spagna (2 miliardi), Hong Kong (1,8 miliardi), Sud Corea (1,7 miliardi), Giappone (1,5 miliardi)

Da dove provengono le nostre esportazioni: nel 2020, circa l’80% delle esportazioni del sistema moda sono provenienti da Lombardia, Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna. Si parla, naturalmente, di esportazioni in valore.

Da considerare anche che le regioni si caratterizzano per l’esportazione di prodotti tessili o di abbigliamento in funzione dei distretti in esse localizzati.

Secondo i dati Istat, il comparto tessile-moda in Italia contava nel 2019 oltre 56.000 imprese attive, circa il 15% di quelle manifatturiere, 460.000 addetti circa e ha generato circa l’1,6% del pil.

Naturalmente nel 2020 gli effetti sulla produzione industriale sono stati pesantissimi, nell’ordine del 22%. A fine 2021 il sistema moda era ancora lontano dai livelli pre-crisi anche se con andamenti differenziati nei diversi comparti.

Le prospettive per il 2022 erano positive e sono rimaste positive, sia pur fortemente mitigate dalle perduranti problematicità derivanti dagli eventi politici esterni e interni, economici, energetici e sanitari intercorsi in ultimo. Si è innescato nuovamente il dibattito sulla deglobalizzazione come strategia di sviluppo anche per le imprese del tessile-moda. I ritardi nelle forniture, la dilatazione dei tempi di consegna, uniti a un nuovo paradigma produttivo improntato a un sistema più sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale, inducono le imprese a riconsiderare le proprie supply chain, dando luogo ai fenomeni del reshoring e nearshoring, già evidenziati.

Si torna così alle nuove sfide per il settore. Sfide che si possono vincere se siamo consapevoli che le sfide di questa portata si possono vincere solo insieme, certamente non a livello di singola azienda.

Spezzo quindi una lancia a favore di tutto quanto fa “insieme” nel nostro settore: reti di imprese, poli tecnologici e di ricerca, laboratori sperimentali, consorzi, enti, attività di co-progettazione e partnership, supportati da formazione e imprenditorialità.

Perché, come ho già avuto modo di scrivere, tra “titolare” e “imprenditore” c’è una bella differenza in termini di visione…➖➕




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